DOMINUS WINERY – LA SCENEGGIATURA DELLE SCELTE CONCRETE IN HDM –

 

di Alessandro Zilio e Massimiliano Modena

Ci si potrebbe chiedere quale sia, dal punto di vista del progettista, l’importanza di conoscere la storia dell’architettura in un momento in cui le innovazioni tecnologiche, lo sviluppo informatico e la globalizzazione hanno portato ad a profonde trasformazioni e ad una significativa frammentazione della materia. Soprattutto, ci si potrebbe chiedere in che misura questa conoscenza possa migliorare le capacità progettuali.

Quasi a nulla se la conoscenza cui si parla è di tipi storico-nozionistico, moltissimo se si tratta di una conoscenza di metodologia di sviluppo del progetto.

Chiunque si ponga di fronte ad una architettura è istintivamente portato, in prima istanza, ad esprimere un giudizio estetico.

Si tratta di un problema che aveva già sollevato Bruno Zevi in “Saper vedere l’architettura”.

Quale è il difetto caratteristico della trattazione dell’architettura nelle correnti storie dell’arte? É stato detto ripetutamente: esso consiste nel fatto che gli edifici sono giudicati come fossero delle sculture e delle pitture, cioè esternamente e superficialmente, come puri fenomeni plastici. É un errore prima che di metodo critico, di impostazione filosofica.”[1]

I generale per chiunque affronti l’esercizio progettuale, la lettura di un’opera è significativa solo nel momento in cui essa è tesa ad individuare i meccanismi e le motivazioni che stanno alla base dell’opera architettonica, mentre è poco significativa un’analisi incentrata esclusivamente sul giudizio estetico.

In definitiva l’utilità sta nella capacità di individuare attraverso l’analisi quelli che potrebbero essere definiti “ferri del mestiere degli architetti”. Questo approccio può essere definito “sceneggiatura delle scelte concrete”. La naturale conseguenza a questo approccio all’opera architettonica è la “Scacchiera”.

Scacchiera” è una parola gergale e sta per “l’insieme di componenti disassemblate, smontate in piccole parti, che possono consentire sia di ricreare l’originale architettonico da cui erano desunte ma anche, proprio perchè smontate, consentire di creare infinite variazioni sul tema”.[2]

Essa è in definitiva uno strumento finalizzato a sviluppare un sapere critico ed ha un duplice scopo: da una parte capire la situazione specifica del progetto in modo completo, dall’altro permettere di padroneggiare un vasto campionario di alternative compatibili con l’opera analizzata.

La conseguenza di questa operazione è acquisire la capacità non solo di conoscenza del progetto ma anche esplorare la possibilità di elaborazione, applicazione e trasformazione del metodo alla base di esso.

La cosiddetta scacchiera serve a far capire come un insieme di variazioni su un tema plastico e spaziale, in realtà non sono variazioni astratte, bensì variazioni fortemente indirizzate al raggiungimento delle finalità del gioco ovvero, dal punto di vista architettonico a come ottimizzare il contesto, come lavorare sul perfezionamento degli aspetti organizzativi come ottimizzare i fattori bioclimatici eccetera.”[3]

Questo approccio ci permette, nel caso del progetto scelto, di lavorare su un duplice livello: uno più ampio che riguarda la possibilità di ampliamento spaziale e funzionale, di aggregazione su ampia scala del progetto in relazione al sito. Un secondo, più specifico, relativo alle possibili declinazioni che i suoi peculiari elementi costitutivi possono generare.

Il progetto per la Cantina Dominus (1995-1999), nella Napa Valley di Herzog e De Meuron è significativo perchè permette di individuare un metodo ed una serie di elementi caratteristici che i due progettisti utilizzano, con diverse declinazioni, in diversi progetti. In definitiva una sorta di “scacchiera” costruita dagli stessi autori.

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1. ANALISI DEL PROGETTO

Il progetto consiste in un edificio lineare lineare lungo circa 100 ml, largo 25 ml ed alto 9 ml completamente immerso nei vigneti circostanti.

1.1 Relazioni col contesto:

L’edificio è ubicato in una zona pianeggiante a ridosso del versante di una collina completamente piantumata a vigneti. Si configura quindi come una linea che si staglia contro lo sfondo dei monti Mayacama. Esso ha l’aspetto di un monolito massiccio, dato che soltanto due aperture ritagliano le facciate, aperture che sono state concepite come dei veri e propri portali, cannocchiali con la funzione di coni visuali aventi la funzione di enfatizzare le viste. Il portale centrale, conduce ai vigneti soprastanti; l’altro invece è un’apertura di servizio attraverso la quale gli autocarri introducono uva e rifornimenti e caricano vino. L’asimmetria di questa seconda apertura rispetto alla prima nella parete massiccia già di spezzare la composizione classica generando una sorta di tensione. Il varco più grande è in asse con il percorso lineare che attraversa tutto il vigneto e che risulta essere l’unico segno ortogonale all’edificio e al sistema dei vigneti.

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1.2 Relazioni ambientali:

L’architettura in questione è un tentativo di soluzione del problema della sostenibilità per forma, il tentativo si creare una seconda natura che si sovrappone alla prima. Si tratta di un segno sul paesaggio in equilibrio tra la nimesi, perseguita attraverso la materia, e la sottolineatura dell’azione umana enfatizzata attraverso la dimensione e il ricorso alla geometria pura. Per certi versi è accostabile alle opere di Land Art dell’artista inglese Richard Long. Il secondo involucro, composto da gabbie metalliche riempite con basalto locale, si sovrappone al primo ed è l’elemento caratterizzante del progetto. Esso riassume molteplici valenze: risponde all’istanza formale relativa all’inserimento paesaggistico e alla non invasività del luogo con elementi non autoctoni. L’utilizzo di materiali locali con costruzione a secco riduce i carichi ambientali connessi alla realizzazione dell’opera.  I gabbioni agganciati alla facciata dell’edificio generano una struttura massiva che ha il compito di fungere da termoregolatore naturale in un clima, quello californiano in cui, ai picchi di calore diurni si accompagnano le basse temperature notturne, e al contempo di assume, nelle zone in cui è richiesto, di fungere da schermatura naturale. Effetto questo, ottenuto riempiendo in modo più o meno denso le gabbie a seconda delle necessità di passaggio della luce. Questa soluzione consente di creare un elemento di continuità tra interno ed esterno attraverso gli spazi di accesso collocati al livello del terreno. Dalla balconata che circonda gli uffici, la gabbia funge da parasole, mentre più in basso le pietre catturano le temperature estreme grazie al carattere di inerzia termica tipico del materiale lapideo. Attraverso il portale centrale si vedono le grandi vigne che in qualche modo imprigionano l’edificio. Il carattere spettacolare del percorso di avvicinamento e i vigneti che si vedono attraverso il portale, è enfatizzato dal carattere di chiaroscuro dello sfondo e delle colline e si trasforma in un primissimo piano simile a quello delle costruzioni rurali di pietra, tipiche della Napa Valley. Il carattere di semitrasparenza permette all’edificio di apparire la notte come un monolito luminoso.

1.3 Aspetti Funzionali e distributivi:

La distribuzione funzionale, costruita attraverso la successione e la linearità delle funzioni è quella tipica di diversi progetti dei due architetti svizzeri. Due portali, uno principale e uno di servizio, costituiscono l’ingresso all’edificio. L’interno del portale maggiore funge da area – reception. Da qui si diramano i percorsi principali che portano alle diverse unità funzionali dell’edificio che si dispongono in sequenza lineare e che sono trasversali al senso dei portali. La sezione è un gioco di alternanza di spazi a doppia altezza e spazi a due livelli. La struttura presenta tre aree funzionali.

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Al piano terra è presente la sala con le grandi cisterne cromate dove avviene la prima fase della fermentazione del vino, la cantina con le file dei barili in quercia francese con annessa sala di degustazione e il magazzino per l’imbottigliamento e lo stoccaggio. Al livello superiore invece sono presenti i locali di servizio e gli uffici che sono circondati da delle balconate, dove le gabbie fungono, appunto, da schermature frangisole. Dentro i “portali”, che Pierre de Meuron accosta ai tradizionali cortili messicani tipici della California, è presente una scala che sale verso gli uffici e un ascensore

1.4 Aspetti tecnologico- costruttivi e strutturali:

Struttura verticale:

Lo scheletro strutturale è caratterizzato da un telaio in acciaio con elementi verticali a sezione quadrata, presumibilmente 15X15 cm e relative controventature. Soluzione questa che permette di generare spazi flessibili ed una pianta libera.

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Chiusure orizzontali interne ed esterne:

Il solaio di chiusura alla base dell’edificio è stato realizzato con una soletta in C.A. che poggia direttamente sul terreno, con tutta l’opportuna stratigrafia per evitare fenomeni di risalita dell’umidità. Il solaio di interpiano, ove presente, è realizzato con una struttura in acciaio con lamiera grecata e soletta collaborante in C.A. poggia su delle travi IPE poste ad interasse pressoché costante. Il pacchetto del solaio, oltre la parte più propriamente strutturale è costituito da uno strato coibente, un sottofondo di allettamento probabilmente con cls leggero ed una pavimentazione in lamiera metallica o sempre in cls. Un controsoffitto, realizzato con delle griglie di acciaio, collocato nella parte inferiore del pacchetto garantisce gli spazi necessari a contenere gli impianti. Il solaio di copertura è realizzato da una struttura in acciaio costituita da una lamiera grecata sulla quale è presente un getto di C.A. collaborante. Al di sopra di esso è collocato lo strato coibente, completo di impermeabilizzazione, ed infine come manto di copertura dei ciottoli di pietra. La struttura poggia su delle travi scatolari in acciaio all’incirca di 15×45 cm. Nella parte inferiore c’è una grata, sempre metallica, che chiude tutto il pacchetto e che permette agli impianti di stare all’interno.

Chiusure verticali:

L’aspetto peculiare del progetto riguarda il doppio livello di chiusure verticali. Il livello più esterno, come già evidenziato, è costituito da gabbie con rete d’acciaio, riempite di pietre di basalto irregolari. La loro granulometria non è volutamente uniforme. La loro dimensione diminuisce al salire della facciata, permettendo alla luce di filtrare alleggerendo al contempo la sommità dell’edificio attraverso un effetto di smaterializzazione. A questo sistema costruttivo è affidato l’aspetto poetico del progetto come sottolinea Jacques Herzog. “Prendiamo la pietra e la ribaltiamo, facendo sembrare luce ciò che è solido. È quasi un’esperienza erotica, in cui la trasparenza si mette in posa e l’edificio diventa un corpo”[4] 

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Il livello più interno è quello che costituisce la vera chiusura verticale. Si tratta di una combinazione di pannelli di calcestruzzo tilt-up (una tecnica con la quale il cemento viene colato in loco in casseforme a terra e poi sollevato a formare i muri esterni) e carpenteria in acciaio, tutto quanto a vista. Dietro le pietre, nei punti più strategici dove la luce deve entrare a rischiarare l’interno, è presente il vetro, con infissi apribili per permettere l’areazione e la pulizia.

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1.5 Le connessioni degli elementi costruttivi:

Il sistema delle connessioni è semplice ed utilizza nodi costruttivi di facile messa in opera. I collegamenti fra le travi e i pilastri sono costituiti da piastre d’acciaio a fazzoletto successivamente imbullonate. I controsoffitti sono tenuti da un sistema di cavi sospesi alle travi IPE. I gabbioni contenenti le pietre sono semplicemente appoggiati l’uno sull’altro ed legati con un sistema di fili metallici (assemblaggio a “secco”).

1.6 Impianti e/o funzionamento bioclimatico:

Le tubazioni degli impianti vari sono alloggiati all’interno dei controsoffitti. Dal punto di vista bioclimatico, la presenza di pareti in pietra contribuisce al miglioramento dell’inerzia termica; inoltre gli interstizi fra le varie pietre della gabbia consentono continuamente la traspirazione.

Al momento della progettazione di una nuova cantina vinicola in California i progettisti si sono trovati a lavorare in un contesto in cui a detta degli stessi autori:“l’aria condizionata viene installato automaticamente per mantenere la temperatura ambiente. Strategie architettoniche che attivano le pareti al fine di regolare le temperature sono sconosciute.”[5]

Herzog e De Meuron superano l’approccio consolidato per cui il progettista architettonico si occupa della forma e demanda a quello impiantistico il compito di garantire il confort dell’edificio legando sostanzialmente questo aspetto esclusivamente ad elementi tecnologici. Lo fanno fondono i due ambiti in un processo progettuale che parte dallo sfruttamento di elementi analogici i quali concorrono con quelli tecnologici riducendone il peso, non la complessità.

2. SCENEGGIATURA DELLE SCELTE CONCRETE

Come evidenziato il progetto, in relazione alla “sceneggiatura delle scelte concrete”, e al concetto di scacchiera si presta a due livelli di analisi.

Un primo approccio riguarda al sviluppo del progetto in relazione alla maglia, all’individuazione di un tracciato regolatore generato dai filari delle viti che permette una ricomposizione del progetto per addizione, aggregazione. Un secondo livello di analisi che riguarda lo sviluppo del progetto attraverso gli elementi costruttivi.

2.1 Progetto e luogo, maglia e aggregazione:

La scelta da parte dei progettisti di proporre un edificio monolitico, austero, regolare nella campagna californiana per l’accoglienza dell’azienda vitivinicola e dei servizi annessi, risponde alla necessità di rapportarsi con il territorio in modo equilibrato e ponderato, non mimetico, per un ottimale consumo di suolo in relazione alla coltivazione della vite.

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Il sistema strutturale del fabbricato impostato secondo un sistema a portale in acciaio, risponde all’esigenza di uno spazio interno flessibile a tutta altezza. In particolare, il passo individuato nell’orditura portante degli elementi in acciaio perimetrali a supporto della “pelle”realizzata in pietra a secco, si rifà verosimilmente ad una dimensione ottimale afferente alla coltivazione della vite e alla successiva sua lavorazione negli spazi della filiera produttiva.

L’attenzione dimostrata dai progettisti nel proporre un edificio adagiato nella campagna californiana senza di fatto alterarne un suo equilibrio naturale-antropomorfo ma anzi favorendone una mutua relazione e interazione, è evidente anche nell’utilizzo di un’apposita maglia strutturale funzionale alle specifiche esigenze di raccolta, trasporto e lavorazione del prodotto primario coltivato, riducendone al minimo il consumo di suolo circostante.

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La dimensione di m 3.65 così individuata, diventa l’elemento di composizione e di raccordo del nuovo organismo edilizio con il contesto e verosimilmente, al tempo stesso, l’elemento ordinatore spaziale per l’intero territorio.

Un’esigenza di carattere produttivo (in questo caso la coltivazione e la trasformazione dell’uva) come rivelatore di un ordine sotteso, di una la filigrana: un“tracciato regolare” naturale per la campagna californiana.

Uno strumento di progettazione riconoscibile e fortemente caratterizzante un luogo: una matrice generativa capace di stimolare e suggerire nuove forme e spazialità.

A partire dalla “regola” sottesa al progetto di Herzog e De Meuron, sarà quindi possibile sviluppare progetti a diversa scala, da quella territoriale a quella di un aggregato urbano o al singolo edificio, secondo una logica aggregativa tra spazi serviti e serventi.

L’esigenza di nuovi servizi afferenti all’azienda, in un’ottica di valorizzazione e promozione della stessa azienda, potrebbe generare nuovi insediamenti ed edifici nel territorio sottesi alla stessa matrice.

Si prevedono infatti nuovi spazi destinati alla ricettività e accoglienza per il personale e/o clienti, alla vendita e degustazione del vino, alla promozione e diffusione della cultura vitivinicola, e altri spazi ad essi afferenti, sviluppati secondo procedure di aggregazione-disaggregazione, utilizzando il rivestimento in facciata come “traid d’union” dell’intero progetto.

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Una molteplicità di edifici “sparsi” sul territorio ma dal forte carattere unitario e identitario, proprio come i progettisti svizzeri avevano immaginato per il loro edificio.

Alla scala del singolo edificio poi, lo stesso principio generatore che sottende la maglia strutturale e l’intero impianto geometrico di un edificio rappresenta di fatto le “regole del gioco” della progettazione. Attraverso operazioni di addizione e sottrazione di volumi elementari, il singolo edificio potrebbe assumere differenti porosità e molteplici permeabilità verso il contesto, migliorandone la fruibilità e il benessere degli spazi interni, mantenendo inalterato il suo carattere unitario e iconico.

Lavorando puntualmente sui diversi materiali di rivestimento e di facciata il nuovo organismo edilizio assumerebbe quindi di volta in volta differenti immagini e configurazioni strettamente collegate a specifiche esigenze di tipo funzionale e ambientale.

Le configurazioni così individuate per ciascun edificio vogliono rappresentare di fatto solo l’ultima fase di un processo progettuale che nasce da più lontano, a partire dall’osservazione e interpretazione del contesto californiano antropomorfo esistente.

L’aver individuato questa “regola” ordinatrice per l’intero territorio e per il progetto dello studio Herzog e De Meuron ha permesso così facendo di esplorare anche nuove dinamiche progettuali rivolte a riorganizzare lo stesso territorio secondo nuove configurazioni spaziali.

Un territorio che si riorganizza, si ridistribuisce, secondo una logica solo apparentemente aprioristica perché governata dal medesimo tracciato regolatore.

La griglia di m 3.65 diventa così essa stessa principio generativo del territorio, e non più la chiave attraverso la quale interpretarlo. Un possibile elemento interpretativo dello stato di fatto diventa così elemento generativo e creativo di infinite forme e spazialità territoriali a partire dalla quali generare a sua volta nuove architetture e forme.

2.2 L’approccio costruttivo:

In questo caso la“sceneggiatura delle scelte concrete” nasce dagli elementi individuati nell’analisi del progetto.

In particolare gli elementi caratterizzanti sono:

struttura portante regolare in acciaio (travi pialstri) che comprta spazio flessibile e pianta libera.

due livelli di chiusura verticale costituiti da un livello di chiusura verticale in ca / vetro per delimitare spazi climatizzati che si potrebbe definire involucro funzionale ed un secondo livello di chiusura verticale generato da casseri in pietra per creare l’involucro che ha una dimensione in uqesto caso sia estetica che funzionale. L’aspetto interessante è che esse non sono necessariamente legate come dimostrato dalla zona uffici del secondo livello.

alternanza pieni vuoti all’interno dell’involucro, alternanza locali a doppia altezza – singola altezza

L’aggregazione di questi elementi e la loro scomposizione permette una varietà di soluzioni compositive, come evidenziato dai filmati.

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La pianta libera e flessibile congiuntamente al doppio livello di chiusura verticale esterna consente l’inserimento nell’involucro di una moltitudine di funzioni differenti.

Si può scegliere di disaccoppiare in modo più o meno marcato, in relazione alle funzioni i due livelli di facciata e in seconda istanza di scegliere parti dell’organismo edilizio in cui utilizzare una sola delle due creando delle singolarità nella connotazione materica del progetto (vedi filmato slittamento facciate).

 

Si può scegliere di modificare i volumi e il rapporto pieni/vuoti creando dei volumi che modificano la linearità e la regolarità del volume di progetto. La seconda pelle in gabbie di pietra può essere utilizzata per dilatare l’edificio e creare delle quinte scenografiche. (vedi filmato modifiche volumetriche).

Si può scegliere di disaggregare i blocchi funzionali spezzando la linearità del progetto originale demandando la connessione con l’ambente in cui ci si inserisce non più alla forma ma esclusivamente alla dimensione materica (vedi filmato traslazione e rotazione maglia strutturale).

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Una interessante riflessione correlata al metodo riguarda la sua applicabilità in contesti diversi verificando se si tratti di una singolarità nel lavoro dei progettisti o se abbia sia stato utilizzato in diversi progetti.

Gli elementi individuati in realtà costituiscono un approccio comune a diversi lavori di Herzog e De Meuron.

Se si pensa alla Galleria d’arte Goez, alla Biblioteca Universitaria Eberswalde, al Ricola factory building o al nuovo Magazzino per la Lavorazione delle Erbe di Ricola e si analizzano le planimetrie e sezioni si possono notare in modo evidente degli elementi di similitudine con il progetto per la Domnus Winery.

La forma planimetrica lineare caratterizzata da un lato lungo dimensionalmente predominante su quello corto, l’involucro caratterizzato da strutture che permettono spazio flessibile e pianta libera sono elementi comuni ai progetti citati. L’elemento di chiusura verticale funzionale scollegato da quello strutturale e la caratterizzazione estetica del progetto demandata alla dimensione materica della facciata è una strategia ricorrente nel lavoro dei due architetti.

Particolarmente interessante è la strategia di lavorare su due livelli di chiusura verticale esterna, non solo scollegando la parte strutturale da quella di tamponamento ma generando all’interno di quest’ultima due ulteriori livelli con differenti funzioni. Si tratta di un metodo che, a ben vedere, anche se estremizzato, ha il suo apice nel progetto per lo stadio olimpico di Pechino in cui la parte strutturale avvolge come una seconda pelle permeabile le chiusure verticali esterne che contengono le funzioni e che sono da essa indipendenti.

Bibliografia

Saggio A., Architettura e Modernità. Dal Bauhaus alla Rivoluzione Informatica, Carocci, Roma, 2010

Bradaschia M., La Costruzione dell’Architettura, LetteraVentidue, Palermo, 2014

Moneo R., Inquietudine teorica e strategia progettuale nell’opera di otto architetti contemporanei, Mondadori Electa, Milano 2005

Ruggiero R. Azienda vinicola Dominus, Lezione del corso di Laboratorio di progettazione dell’architettura A, Facoltà di Architettura sede di Ascoli Picieno 2008

El Croquis n. 84 Herzog & de Meuron 1993-1997 

Note

[1] Cit. B. Zevi da Saper vedere l’Architettura, Piccola Biblioteca Einaudi, Roma, 1997

[2] Cit. A.Saggio da Lezione corso di dottorato in Architettura Teorie e Progetto Marzo 2016

[3] Cit. A.Saggio da Lezione corso di dottorato in Architettura Teorie e Progetto Marzo 2016

[4] Cit. J. Herzog P. De Meuron da www.herzogdemeuron.com . 164 Dominus Winery

[5] Cit. J. Herzog P. De Meuron da www.herzogdemeuron.com . 164 Dominus Winery

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