Cap VII: MIRALLES- TAGLIABUE, Mercato di Santa Caterina, Barcellona, 1997-2005

Ad una visione dall’alto. Dentro il fitto tessuto del centro storico di Barcellona, solcato da strette vie di penetrazione ad andamento irregolare proveniente dall’impianto urbano medievale, il mercato produce una solenne cesura. Un esteso oggetto cala dall’alto, a coprire, come un ricco drappeggio, piccoli oggetti isolati, racchiusi tutti sotto un’unica grande ombra.  Fa da contraltare, per dimensione e carattere di eccezionalità, solo la cattedrale di Barcellona, situata, qualche isolato più a sud, lungo la stessa arteria principale su cui prospetta uno dei fronti del nuovo mercato.

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Ad una visione da dentro. Percorrendo le strade che lo circondano, il mercato appare meno imponente perdendo il carattere di uniformità che, come è insito in tutte le grandi coperture, è affidato al suo disegno planimetrico o alla sua visione “da sotto”. I fronti di una copertura (come quelli del caso analizzato) sono invece promiscui, lasciano vedere quello che la tettoia protegge, si trasformano ogni volta che si giri l’angolo, denunciano la distinguibilità tra l’oggetto protetto e la superficie coprente.

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All’interno di questa grammatica del progetto, risulta chiara la scelta di oltrepassare il perimetro della costruzione: i pilastri “alberati” (chiaro riferimento all’architettura gaudiana) si accostano, senza mai toccarlo, all’involucro murario preesistente che appare dunque, come una rovina; e il grande telo sospeso come una tettoia archeologica. La distinzione tra ciò che è contenuto e ciò che contiene è quindi evidente e i linguaggi ad essi associati sono coerentemente in rapporto di contrasto e dissonanza: le preesistenze (del convento quattrocentesco, del mercato ottocentesco e di vestigia più antiche) vengono raccolte da un’architettura contemporanea tout court: dal punto di vista delle nuove relazioni urbane che intende innescare, dal punto di vista formale e costruttivo, ma anche simbolico ed evocativo. Si aggiunge, alla dialettica tra vecchio e nuovo, un elemento intimamente contraddittorio, in grado di introdurre complessità all’interno di una grammatica altrimenti fin troppo codificabile: dell’antico mercato si conservano, oltre ad alcuni elementi strutturali, tre lati, mentre sul quarto la facciata viene spezzata, per aprirsi, con tre edifici residenziali, al tessuto medievale contiguo. Nel suo sviluppo longitudinale la stessa copertura passa dal rivestire un’architettura preesistente (mantenuta pressoché inalterata) all’inglobare una nuova facciata, che ricongiunge con una geometria articolata, i due bracci paralleli. La nuova costruzione si fonde con le parti esistenti e l’elemento sintetico, in grado di tenerle insieme, è la copertura.

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Il carattere di mescolanza e di stratificazione, ottenuto dal punto di vista compositivo con l’accostamento di parti distinguibili seppur intimamente connesse, è riscontrabile, sul piano della comunicazione invece, nella molteplicità di significati cui rinvia il trattamento superficiale della copertura: migliaia di esagoni di ceramica con circa settanta colorazioni evocano la presenza di uno schermo attraverso un chiaro rimando all’immagine digitale proposta a chiunque si affacci da tutti gli edifici che circondano la piazza; una piazza potenzialmente interattiva aperta ad usi partecipativi che potranno superare la condizione di pura e passiva osservazione dell’oggetto esterno. Ma la stessa immagine (quella del mantello policromo) rimanda, al contempo, ai grandi mosaici della tradizione catalana e a quella dei mercati pubblici novecenteschi con strutture d’acciaio e rivestimenti in ceramiche. Nel messaggio evocativo, come in processo onirico, memoria ed intuizione del tempo a venire si mescolano nella costruzione di una “storia futura”.

 

[1] Antonino Saggio.  “La storia futura”, L’architetto, marzo 2016

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