Cap VIII: TOYO ITO

Lo schermo trasparente della geometria lineare dell’involucro tradisce la presenza delle grandi colonne irregolari interne, le articolazioni vitali di uno spazio di cui tali deformazioni rappresentano il carattere distintivo. Attraverso gli enormi tralicci cavi l’architettura prende vita, regolando lo scambio tecnologico, collegando le reti informatiche e definendo la mobilità distributiva dei sottili solai in acciaio dei vari livelli.

mediateca www actuarchi com

La flessibilità planimetrica dei piani accoglie le funzioni principali lasciandosi attraversare da leggeri tubi sottoposti a torsione e deformati per oscillazione, gli alberi strutturali che determinano varie altezze e contribuiscono alla definizione dell’immagine complessiva del grande parallelepipedo vetrato, simile ad un acquario multimediale, un complesso contenitore in cui flussi di persone, attività, informazioni, si immergono e si confondono. I supporti passanti creano un sistema perfettamente efficiente, permettendo alla luce di arrivare abilmente dall’alto, ai sistemi impiantistici di giungere ad ogni piano e all’architettura di superare la regolarità del blocco esterno per trasformarlo in un nuovo insieme in cui “lo spazio appare non più come il vuoto in cui dimorano i corpi solidi, ma come il medium attraverso cui si diffondono le informazioni “[1].

E’ la stessa funzionalità della Mediateca di Sendai a rifiutare soluzioni rigide a favore di un’apertura spaziale, concettuale, in sintonia con lo spazio naturale che Toyo Ito – architetto giapponese premio Pritzker nel 2013 –  realizza con una sua personalissima interpretazione.

“ […] quello che noi cerchiamo nell’architettura sono spazi vivi, che ci coinvolgano dal punto di vista fisico. (…) spazi fluidi dove è possibile percepire i flussi dinamici delle sollecitazioni e spazi che rendano consapevoli della natura con qualità primitive simili alle case albero e alle foreste. Non per questo invoco un ritorno al passato, poiché sto mettendo in gioco le più recenti tecnologie per il nuovo reale sogno oltre il Moderno.” [2]

La sua continua ricerca sulle possibili interazioni tra informatica e architettura – in un mondo ormai governato dai flussi elettronici – si traduce in progettazioni sensibili, pionieristiche, che definiscono un nuovo modello relazionale tra la costruzione e ciò che la circonda, tra l’architettura e le nuove sollecitazioni dei media, non riconoscendo al contesto naturale il ruolo di unico fattore, seppur complesso, con cui relazionarsi.

La cultura orientale di Ito – profonda e meditativa – lo porta a dichiarare apertamente la propria intima esigenza di connettersi con gli elementi naturali e con il lento scorrere del tempo tipico della millenaria tradizione giapponese, associando tuttavia a tale sensibilità, una visione straordinariamente innovativa: la tecnologia entra a far parte della progettazione e non solamente come strumento di composizione  e controllo della fase progettuale, ma come mezzo di interscambio, diffusore e recettore delle informazioni sospese tra edificio e ambiente. L’architettura del nuovo millennio deve adeguarsi. Le opere dialogano con i sistemi urbani circostanti, con le condizioni ambientali e sociali esterne, assecondandone e reinterpretandone i mutamenti.

Riprendendo le riflessioni del filosofo M. McLuhan, l’architetto affronta inoltre il concetto di pelle intesa come “epidermide sensibile che riveste gli edifici e permette di far interagire l’ambiente con lo spazio urbano, assorbendo all’interno luci, suoni, flussi e restituendo all’esterno immagini di tensioni vitali”  [3]. Il nuovo involucro sarà quindi aperto, permeabile e comunicativo come le nuove realtà virtuali che collegano ogni parte del mondo.

Questa profonda affinità con le moderne membrane tecnologiche si riconosce già nelle sue prime realizzazioni e osservando l’Uovo dei venti a Tokio e la Torre dell’acqua di Yokohama, si comprende come l’involucro percepisca attivamente e traduca in immagini, suoni e colori, gli input provenienti dall’esterno mediante schermi che trasformano l’insieme in un fenomeno sensoriale, smaterializzando di fatto l’oggetto architettonico.

In seguito, sarà l’aspetto strutturale – indagato già nella Mediateca di Sendai attraverso un approfondito studio dei sistemi antisismici che hanno reso l’edificio capace di resistere, seppure con lievi danni, al disastroso terremoto del 2001 – ad assumere un ruolo principale nella ricerca di Ito, grazie anche alla proficua collaborazione con alcuni ingegneri strutturisti che sperimenteranno nuove soluzioni ispirate all’autonomia formale della natura. L’analisi della forma e il calcolo computerizzato permetteranno loro di risolvere problemi statici complessi e di sperimentare una nuova tipologia di involucro-struttura.

Questo processo, già chiaro nella serpentine Gallery del 2002, si associa ad un concetto più ampio di astrazione del naturalismo nell’edificio a Omotesando del 2004. In questo caso, la pelle, oltre che scambiatore di informazioni, diventa protagonista del progetto. La struttura muraria perimetrale si trasforma in superficie strutturale, liberando i piani da ogni elemento di sostegno e assicurando all’edificio una singolare soluzione formale in cui le linee assumono uno spessore di 30 cm e determinano una forma che riprende l’immagine delle numerose piante di  Zelkova disseminate nel quartiere.

composizione tods archibillion.wordpress com

“ […] Rifiutando l’ovvia distinzione tra pareti e aperture, linee e piani (…) trasparenze e opacità, questo edificio è caratterizzato da un tipo distintivo di astrazione. La silhouette (…)  crea una nuova immagine con una tensione costante generata dal contrasto tra concretezza simbolica a e la sua astrazione” [4]

Gli sforzi principali si distribuiscono sulla stessa superficie perimetrale e la trama delle bucature ne dipende direttamente. La fitta rete naturale accoglie all’interno gli spazi commerciali che si intravedono tra i rami del grande albero attraverso vetrate montate a filo della struttura, che completano l’insieme rafforzando l’idea di superficie esterna.

Due fattori si riuniscono in un unico elemento diventando indistinguibili. L’obiettivo di Ito di fondere e confondere struttura e forma, appare raggiunto.

In ultima analisi, risulta necessario ricordare che le modalità di sperimentazione di Ito dei rapporti con il contesto, con lo spazio urbano, con le nuove tecnologie informatiche, con i flussi e le forze che regolano la natura, non si esauriranno nelle suddette esperienze, ma si tradurranno in un processo teorico-progettuale caratterizzato da concezioni formali e tecnologiche fortemente differenziate, continuamente connesse al tema della consistenza organica dell’edificio, della sua interconnessione necessaria con l’ambiente, con le sue gerarchie, e soprattutto con i nuovi media elettronici che plasmano silenziosi il nostro divenire[5].

 

Note

[1] L. Prestinenza Puglisi, Hyperarchitettura. Spazi dell’età dell’elettronica, Universale di architettura, Ed. testo&immagine, n°38, pag.19

[2] Ito 2006, pag. 42 in P. Mello, “Ito digitale. Nuovi media, nuovo reale”, Ed. Edilstampa, Roma, 2008

[3] L. Prestinenza Puglisi,op. cit. pag.22

[4] Cortes 2004, pag. 35 in P. Mello, “Ito digitale. Nuovi media, nuovo reale”, Ed. Edilstampa, Roma, 2008, pag. 52

[5] P. Mello, “Ito digitale. Nuovi media, nuovo reale”, Ed. Edilstampa, Roma, 2008,pag.25

 

Bibliografia

Mello,“Ito digitale. Nuovi media, nuovo reale”,Ed. Edilstampa, Roma, 2008

Prestinenza Puglisi,”Hyperarchitettura. Spazi dell’età dell’elettronica”, Universale di architettura, Ed. testo&immagine

Sitografia

fotoartearchitettura.it/architetti-contemporanei/toyo-ito

Documentazione fotografica

nitrosaggio. net

actuarchi. com

culturadeco. com

archibillion. wordpress

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