Cap IV:CARLO SCARPA- Racconti

Opere silenziose, introverse, che si confondono armoniosamente nel contesto in cui sorgono ma che riescono a far emergere tutta la loro forza materica e simbolica. Sono le stesse architetture di Carlo Scarpa a riflettere il carattere riservato e solitario dell’architetto.

Figura importante nel panorama architettonico del secolo scorso e fine disegnatore originario di Venezia, Scarpa si laureò in Disegno all’Accademia della città e fu, ancor prima di diventare architetto ad honorem, un maestro vetraio. Da qui è facile capire come le sue opere riescano ancora oggi a raccontare di una particolare sensibilità racchiusa nella grande quantità di dettagli, elementi, particolari che emergono nei suoi disegni e nelle sue realizzazioni. Proprio lo studio del particolare, del frammento che schiva abilmente ogni preconfigurazione compositiva e si attesta su binari di sensibilità e creatività personali, diventa il principio fondamentale per allontanarsi dai rigidi schemi di stampo razionalista.

La sua opera simbolo è sicuramente la Tomba Brion, una sepolcro giardino – realizzato ad Avitole tra il 1970 e il 1978 – immerso in un grande parco che riflette contemporaneamente la profondità e l’estrema sensibilità di Scarpa. Qui lo spazio sembra sospeso nel tempo, l’atmosfera è solenne.

L’insieme invita alla riflessione e viene descritto sapientemente dalle parole dello stesso architetto: “[…] D’estate è molto bello; volano le rondini… Questo è l’unico lavoro che vado a vedere volentieri, perché mi sembra di aver conquistato il senso della campagna, come volevano i Brion. Tutti ci vanno con molto affetto. […] bisognerebbe fare tutti i cimiteri così. […]” («Mille Cipressi» di Carlo Scarpa, Conferenza tenuta a Madrid nell’estate del 1978 contenuta in F. Dal Co, G. Mazziarol, “Carlo Scarpa Opera Completa”, Electa 1984-1992. Tratto dal sito negoziolivetti.it).

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Nella piccola chiesa, nei luoghi di sepoltura, nei percorsi d’acqua e nei piccoli padiglioni di chiara ispirazione orientale, si raccolgono – in un insieme denso di significato – le tracce di quella che fu la vita dei due coniugi. Gli elementi, disposti in un preciso ordine relativo a specifiche visuali, accompagnano il visitatore all’interno di un racconto la cui complessità è comprensibile solo sperimentandola attraverso le linee rette delle direttrici a terra, la comprensione del messaggio intrinseco ai materiali e soprattutto, mediante la lettura degli inviolabili rimandi di cui l’opera è ricca.

L’attenzione “maniacale” per i particolari si percepisce in tutti gli spazi. Attraverso l’uso sapiente del calcestruzzo, del marmo e del vetro, Scarpa realizza strutture collegate da percorsi e linee d’acqua che guidano dai due ingressi – uno su strada e uno dal cimitero comunale – verso la sepoltura dei Brion, luogo carico di mistero in cui le due tombe inclinate l’una sull’altra testimoniano valori e legami appartenenti alla vita terrena. Amore e morte.

Superando il luogo sacro si può raggiungere la chiesa e gli specchi d’acqua che la circondano, le sepolture degli altri familiari, il piccolo padiglione di meditazione e, soprattutto, il padiglione dell’acqua. Qui sono presenti tutti i temi di quell’architettura essenziale, squisitamente moderna, tanto ricercata in quegli anni.

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Proprio la profonda relazione con il paesaggio che rende i corpi indistinguibili, le ampie superficie d’acqua e i padiglioni meditativi, aderiscono ed esplicitano l’ammirazione di Scarpa nei confronti dell’architettura giapponese, sua costante fonte di ispirazione riconoscibile in tutte le sue opere.

“[…] Sono molto influenzato dal Giappone, non solo perché ci sono stato ma perché […] ammiravo la loro essenzialità e soprattutto il loro sovrano buongusto. Quello che noi chiamiamo buongusto loro lo hanno ovunque. È un gusto non sofisticato, povero, non proprio contadinesco, ma quasi[…].” (Intervista a Carlo Scarpa di B. Radice, pubblicata da Modo, 16, 1979. Tratto dal sito unich.it)

Storia, architettura, allestimento, tradizione e ricerca del dettaglio coesistono anche nel Museo di Castelvecchio, a Verona. L’edificio racconta – in una narrazione fortemente simbolica – l’arte in una nuova veste, in cui l’insieme viene pensato come un fatto unico.

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Da una parte, il lavoro di restauro architettonico, per il quale l’architetto propose una nuova metodologia di recupero dove gli elementi ripercorrevano il passato attraverso una nuova interpretazione moderna e riconducevano alle sue continue ispirazioni orientali, dall’altra, le strutture espositive, che guidavano il visitatore, lo accoglievano in un nuovo spazio “parlante anche all’uomo comune, guidato per mano da capolavoro a capolavoro […] in un ambiente moderno consono alla sua sensibilità […]” ( «Interesse del museo» di C. Baroni, in “Museo d’Arte Antica al Castello Sforzesco”, fascicolo monografico di Città di Milano, marzo 1956. Tratto da “Carlo Scarpa. Dalle magistrali progettazioni museali ai raffinati allestimenti espositivi del contemporaneo”, R. Ladogana, Università degli Studi di Cagliari, 2013 ).

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Le opere, principalmente sculture, ora isolate e staccate dalla parete di fondo e dal pavimento mediante supporti geometrici, assumono una nuova forza figurativa in cui la luce gioca un ruolo fondamentale. Le alte finestre esistenti vengono mantenute assicurando una perfetta illuminazione filtrata che varia al variare delle ore del giorno perché, come sosteneva l’autore, “non c’è niente che rende meravigliose le opere d’arte come la luce del sole” («Volevo ritagliare l’azzurro del cielo» di C. Scarpa, Rassegna III n°7. Tratto da “Carlo Scarpa. Dalle magistrali progettazioni museali ai raffinati allestimenti espositivi del contemporaneo”, R. Ladogana, Università degli Studi di Cagliari, 2013).

Soprattutto alla statua di Cangrande della Scala – vero protagonista e simbolo della città – viene riservata una particolare attenzione. Posizionata in modo da poter essere osservata dall’interno, dall’esterno e dai percorsi, l’opera si pone come cerniera, punto chiave del grande insieme complesso della fortezza scaligera.

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E’ quindi impossibile definire la figura di Scarpa seguendo una visione scollegata dalle sue architetture. Credo che la sua forza si nasconda proprio tra le righe del suo racconto, sempre indipendente rispetto alle tendenze ma influenzato in diverse modalità dalle arti, come nel riferimento a Mondrian dell’ingresso della Tomba Brion o nella pavimentazione della Fondazione Querini Stampalia; dall’architettura, esprimendo nella mostra del 1967 tutta la sua ammirazione nei confronti del suo Maestro F.L. Wright; dalla tradizione, appropriandosi e reinterpretando i principi estetici della cultura giapponese, e soprattutto dall’identità personale, maturando una sensibilità materica e un’attenzione al dettaglio propria dell’artigianato veneziano.

Scarpa assorbì tutto ciò che amava e caratterizzava il suo percorso di vita e lo tradusse in superbe opere alla continua ricerca di armonia, memoria, tradizione e tecnica.

 

Bibliografia
“Architettura e modernità. Dal Bauhaus alla rivoluzione informatica”, Antonino Saggio, 2010;
“Carlo Scarpa. Dalle magistrali progettazioni museali ai raffinati allestimenti espositivi del contemporaneo”. Rita Ladogana, Università degli Studi di Cagliari, 2013.

Sitografia
orientart.it/il-giappone-di-carlo-scarpa
negoziolivetti.it/lectio-magistralis-di-carlo-scarpa

Documentazione fotografica
Foto 1. Complesso monumentale Brion, San Vito d’Altivole, Treviso. Foto di Gianantonio Battistella. Dal sito archimagazine.com
Foto 2,3. Complesso monumentale Brion. Particolari chiesa e luogo di sepoltura. Dal sito brion.it
Foto 4. Complesso monumentale Brion. Padiglione dell’acqua. Dal sito brion.it
Foto 5. Museo di Castelvecchio. Dal sito veronissima.it
Foto 6. Museo di Castelvecchio, Verona. Foto di Vaclav Sedy. Dal sito archimagazine.com

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