Cap I: HANS SCHAROUN – L’altra Modernità

Considerando il vivace mondo dell’architettura dei primi decenni del secolo scorso, non si può non riflettere su quello che fu e sulla rivoluzione che portò il Movimento Moderno. Questo enorme insieme di codificazioni, nuovi principi esistenziali, progettuali ed estetici, concentrò su di se l’interesse della quasi totalità della comunità scientifica. Ma se, come sappiamo, lo sguardo selettivo della storia ci trasmette una sua interpretazione, riscoprire delle storie non sufficientemente analizzate può essere utile per cambiare prospettiva e per conoscere tematiche e correnti apparentemente ancora molto attuali.

“[…] per remoti e remotissimi che sembrino cronologicamente i fatti che vi entrano, essa è, in realtà, storia sempre riferita al bisogno e alla situazione presente, nella quale quei fatti propagano le loro vibrazioni […].” (B. Croce, “La storia come pensiero e come azione.”)

Il desiderio di rinnovamento dei principi fondanti l’architettura – e la ricerca continua della corretta modalità di progettare e costruire – rende necessario rivalutare e riscoprire alcuni temi sviluppati già negli anni del più duro Funzionalismo, che risultano concettualmente contemporanei ma che, al tempo, furono considerati solo come particolari anomalie. Si guarda oggi verso l’espressionismo di Hans Scharoun con nuovo entusiasmo. La vivace passione compositiva conduceva le sue architetture verso nuove realtà organiche, complesse, inattese, che segnavano un netto allontanamento dai principi espressi dal Modernismo – gli stessi universalmente riconosciuti dalla società gerarchizzata della Germania dei primi decenni del 900. Questa volontà di progettare dall’interno verso l’esterno proteggendo la sfera umana – e quel concetto di forma che era stato incatenato a rigidi principi geometrici – non rincorreva l’essenzialità e l’ineluttabilità degli schemi funzionalisti, ma emergeva da un processo compositivo quanto mai imprevedibile. Partendo da un’impostazione razionalista e dalla vicinanza con gli ambienti della Berlino Moderna –  facendo parte del gruppo Der Ring  insieme ad altri importanti maestri come H. Haring, B.Taut, W. Gropius e L. Mies van der Rohe – Scharoun e l’indeterminatezza della sua progettazione si perfezionarono e maturarono solo in seguito a numerose difficoltà e personali allontanamenti teorici dal Moderno, giungendo solo in seguito ad una nuova consapevolezza espressiva. In un periodo così complesso come quello delle Guerre infatti, la difficoltà di rispettare le proprie convinzioni, il proprio credo, e di posizionarsi in aperto contrasto a quell’idea monumentale e imponente di architettura nazionalsocialista, provocò un suo forte isolamento che si tradusse nel periodo più tormentato, difficile e doloroso dell’ intera vita professionale ed umana.

Ma gli spazi coraggiosi e democratici  che caratterizzano le sue architetture morbide, ampie, indefinite, ed anarchiche,  erano simboli di una speranza di un futuro libero e non costrittivo che, negli anni della ricostruzione, finalmente trovò spazio nella nuova società collettiva. Ne è straordinario esempio il poligono irregolare della sua Filarmonica di Berlino, progettata nel 1956 e costruita – dopo varie vicende – nel 1963. La volontà di liberarsi dalle rigide geometrie ortogonali moderne, di non comporre le proprie architetture sulla base di scelte predeterminate ma di relazionarsi continuamente e liberamente alle forme della natura, rendono ancora oggi interessante scoprire lati nascosti della sua poetica.

 “[…] La sua architettura è tutta nello “spazio intermedio”, nell’interazione tra gli ambienti. La sua essenza è un vitale disordine, stimolo al disorientamento, effetto labirintico, invito a muoversi per poter comprendere. […]” (tratto da “Vuoto …in un certo senso. Riflessioni sull’opera “immateriale” e appunti su alcuni concept spaziali della modernità architettonica”,  di P. V.Dell’Aira)

La concezione di spazio cambia totalmente. Si esce dagli schemi, non si individuano delle regole fisse ma tutto nasce dalla funzione. Il progetto per il ginnasio di Lunen, in Westfalia, realizzato nel 1962, riassume sapientemente tali nuovi principi compositivi in un unico articolato intervento.

3 copia

L’architettura diventa permeabile e si realizza nel suo divenire per fasi successive. Questo nuovo rapporto diede origine ad una nuova organizzazione compositiva che inseriva al suo interno elementi, quote e dislivelli, andamenti sinuosi, rampe, che sembravano trovarsi casualmente in un insieme disordinato ed incoerente. Tuttavia, è percorrendo gli spazi e appropriandosi dell’edificio che si giunge al suo significato più profondo. L’architettura diventa paesaggio frammentato e si connette al fruitore assecondandone i movimenti, le forme e la curiosità, trasformandosi in un grande sistema in grado di accogliere ma non costringere, guidare ma non soffocare.

 

 

 

Bibliografia

“Architettura e modernità.” Dal Bauhaus alla rivoluzione informatica, Antonino Saggio, Roma,2010;

“Vuoto …in un certo senso. Riflessioni sull’opera “immateriale” e appunti su alcuni concept spaziali della modernità architettonica”,  di P. V.Dell’Aira.

Documentazione fotografica

architectural-review. com

archidaily. com

berliner-philharmoniker. de

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