Cap I: Hugo HÄRING

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I mutamenti che si susseguono in un arco temporale, andando così a definire un cambio di paradigma (Thomas Kuhn), possono essere in disarmonia tra di loro o più semplicemente avere degli obiettivi diametralmente opposti.

Il XX secolo, in ambito architettonico, è stato caratterizzato da scontri di questo genere. Nacquero movimenti che abbracciavano al proprio interno esponenti con lo stesso presupposto ideologico ma con una differente metodologia progettuale nel perseguire tale scopo.

È possibile prendere l’Espressionismo per affrontare un esempio concreto.

Mies van der Rohe e Hugo Häring, entrambi esponenti del su citato movimento e pur se inizialmente colleghi di lavoro nello stesso studio, con il tempo incominciarono ad affrontare e sviluppare i temi architettonici con un differente approccio.

Si intende fornire una spiegazione di ciò appena enunciato rivolgendo uno sguardo più attento alla figura di Hugo Häring.

Perché Häring? A differenza di architetti più noti, le sue idee non avranno un’ampia divulgazione mediatica. Egli si convinse che ogni edificio deve essere sviluppato secondo le specifiche esigenze del sito e del cliente. Ma la difficile applicabilità sul piano didattico dell’esperienza progettuale e degli scritti di Häring, con la conseguente impossibilità di estrapolarne un metodo competitivo, costituisce il limite storico della sua figura ridimensionandone la portata di personaggio per molti aspetti scomodo, ma di grande interesse per chiarire l’atmosfera ricca di fermenti della Germania con temporali interni del dibattito architettonico allora in corso.

La sua architettura rappresenta un momento di frattura rispetto alla produzione contemporanea e assume un significato di rifiuto del livellamento formale che si andava delineando col razionalismo.

Le forme libere, sinuose, apparentemente casuali, ma in realtà legate ad un elaborato processo di pensiero che caratterizzò l’opera di Häring, possono sembrare immotivate se si prescinde dalle implicazioni teoriche che le sottendono; esse esprimono il rifiuto di principi applicabili sempre e dovunque e, al contrario, sono legate a considerazioni di natura psicologica e comportamentale.

In molti scritti Häring dichiara che l’uso strumentale della geometria rappresenta un apriorismo inaccettabile e che le forme funzionali sfuggono ad ogni geometrizzazione: “Quando Le Corbusier dice che la forma architettonica dovrebbe essere basata sulla geometria, egli introduce un punto di vista esterno. Egli non sviluppa i suoi progetti dall’interno…” e più dettagliatamente: “Noi vogliamo indagare le cose e far loro proprio forma. E contraddittorio dar loro una forma, determinarla dall’esterno, trasferire su di esse una qualunque legalità derivata, far loro violenza. Abbiamo sbagliato quando le abbiamo trasformate in teatro e dimostrazioni storiche, ma altrettanto abbiamo sbagliato trasformandole in oggetti dei nostri capricci individuali. Le figure geometriche non sono forme né configurazioni originali. Sono al contrario astrazioni, strutturazione obbedienti a leggi. Imporre figura geometrica alle cose significa: farle tutte uguali; meccanizzarle. Meccanizzare le cose vuol dire meccanizzare la loro vita cioè ucciderle”. Häring in realtà non rifiuta la forma geometrica in sé, ma la predeterminazione della forma attraverso leggi geometriche.

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In Hugo Häring il tentativo di comporre le polarità espressive e funzionale della forma ha luogo a partire da un lavoro sulla pianta. Häring elabora planimetrie mistilinee traversate da tensioni e torsioni, figure conchiuse spesso concatenate tra loro, che in alzato corrispondono a volumetrie rese aspre dall’inarmonica convivenza di corpi squadrati e corpi arrotondati o ogivali, da dislivelli improvvisi, da accostamenti di materiali diversi.

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Nella fattoria Garkau, moderno e rurale sono mescolati in una singolare ibridazione, la medesima che si determina nel porre a stretto contatto il controllo e l’ottimizzazione degli spazi. La chiusura dei volumi e la loro scura colorazione indicano come il funktionelles Bauen di Häring si ponga esplicitamente in polemica con la tendenza alla trasparenza e allo sbancamento delle facciate che proprio quegli anni si impone quale estetica ufficiale della funzionalità.

Intendeva l’edilizia come elemento di vitalità piuttosto che di repressione. Ciò significava che la latente e tirannia della griglia ortogonale normativa doveva sempre essere spezzata e alterata quando la peculiarità del luogo o il programma funzionale lo esigevano.

Quindi, nonostante una tendenza chiaramente espressionista, Häring restò profondamente interessato all’origine interno della forma, a ciò che egli definiva l’ Organwerk, o essenza programmatica dell’organismo, visto come opposto della sua espressione esterna, o Gestaltwerk.

È possibile cosi riscontrare una dualità all’interno di un frangente temporale in cui avviene un cambio di paradigma. Probabilmente questo è naturale che avvenga, dovuta alla sensibilità soggettiva di ogni essere umano.

 

Bibliografia
Biraghi Marco – Storia dell’architettura contemporanea I – Einaudi
Bucciarelli Piergiacomo – Hugo Häring, Impegno nella ricerca organica – edizioni Dedalo
Frampton Kenneth – Storia dell’architettura moderna – Zanichelli

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