CAP VIII: DILLER+SCOFIDIO-Nuove sensorialità

 

Da molti anni nutro un sostanziale interesse per il mondo della comunicazione, specialmente quella digitale e, più in generale, sulle implicazione dei nuovi media nella nostra concezione ed esperienza del mondo. Molti sono gli architetti che negli ultimi trenta anni hanno affrontato il tema dell’interazioni tra architettura e nuovi media, come Marcos Novak o Toyo Ito, ma il gruppo che ha sistematizzato il ragionamento in maniera più efficace è, per chi scrive, quello composto da Elizabeth Diller e Ricardo Scofidio.

1 BALDISSARA

 

A partire dalla sua nascita, nel 1979, lo studio ha indagato il tema del rapporto tra spazio, fruitore e media con una serie di installazioni. Tra le più celebri vale la pena ricordare Para-site, esposta al MoMa nel 1989: un’installazione in cui l’oggetto dell’opera è lo stesso fruitore. Attraverso un sistema di telecamere e schermi che attaccano l’ambiente da più parti, come un parassita appunto, è il fruitore stesso a generare il soggetto delle proiezioni attraverso i propri movimenti. Diller + Scofidio confondono i ruoli, giocano sull’ambiguità dell’ipersoggettività della contemporaneità, ma, soprattutto, dimostrano come l’interattività sia una costante della vita e dell’arte contemporanea. Numerose sono le installazioni che, con intelligenti variazioni e declinazioni di questo tema generale, contribuiscono allo sviluppo di una poetica e di un’idea sempre più architettonica dello studio. È nel 2000, con il progetto Brasserie, realizzato in uno dei sottopiani del Seagram Building, che il concetto di interconnessione tra spazio, visitatore e media viene implementato ad un nuovo livello di complessità architettonica. Di lì a poco la riflessione sul tema dell’interazione tra informazione e spazio avrebbe avuto una rapida impennata. Nel 2002 Diller + Scofidio realizzerà infatti un padiglione per la Swiss Expo: Blur.

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È un edificio che non rappresenta niente, ma un niente spettacolare.

Elizabeth Diller

 

Cosa è Blur? È un’architettura dell’atmosfera, per dirla con le parole dei suoi creatori. Una piattaforma, il cui linguaggio è un chiaro rimando alle opere di Buckminster Fuller, con una superficie di 5500 m2 costruita sul lago Neuchâtel. A separare l’ambiente circostante dallo spazio interno al padiglione non c’è però un involucro tradizionale: 35000 ugelli nebulizzano acqua secondo un algoritmo che interpreta ed elabora costantemente dati relativi all’ambiente e all’utenza. Dopo aver percorso il lungo ponte che porta alla piattaforma, il visitatore si trova così in uno spazio, per usare ancora una volta le parole degli architetti, in bassa definizione: la vera esperienza offerta dal padiglione è la sospensione dei sensi, la creazione di un ambiente sperimentale in cui il movimento è libero.

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Perché, dunque, Blur è un’opera così importante? In fondo è un padiglione temporaneo, potrebbe essere addirittura definita un’architettura effimera. La sua importanza risiede nel fatto che l’ambiente è la vera entità generatrice del progetto: senza le variazione del grado di umidità, direzione ed intensità del vento, la temperatura, l’edificio non sarebbe che un’ossatura metallica. È la sua capacità di rispondere alle variabili ambientali e di creare un vero e proprio spazio architettonico che rende questo padiglione proiettato nel presente, alla ricerca di un nuovo rapporto tra architettura e natura. Intere generazioni di architetti hanno trovato nel rapporto tra costruito e ambiente naturale la ragion d’essere dei propri progetti, con la costante ricerca di un equilibro, una simbiosi forse, tra i sistemi spaziali della natura e quelli antropici. Ma, mentre la lettura di un sistema spaziale è soggetta all’idea che di spazio ha il lettore ed è statica, la lettura scientifica di variabili ambientali e la loro elaborazione algoritmica consente di relazionare in modo dinamico i due sistemi spaziali. Certo, niente di questo sarebbe possibile se, alla base di tutto, non esistesse un algoritmo, ideato e progettato dagli architetti, capace di tradurre gli stimoli ambientali in elementi materici.

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Il che ci porta alla seconda questione, fondamentale per l’architettura contemporanea, che è quella del rapporto di indipendenza che i nuovi processi generativi inducono tra autore ed opera. È un tema che non può essere eluso da chi si occupa in maniera critica ed operativa del tema della progettazione computazionale e diagrammatica, del rapporto con le nuove tecnologie e dell’introduzione di processi scientifici multidisciplinari nell’architettura. La questione è apparentemente semplice: una volta generato il diagramma, costruito l’algoritmo o individuato il processo scientifico che genera il progetto, qual è il ruolo del progettista nella materializzazione dello stesso? Non è certo una problematica nuova per gli architetti: chi, anche prima dello sviluppo di nuovi modelli decisionali processuali, ha lavorato sulla componente sintattica dell’architettura, come P. Eisenman ad esempio, o F. Purini nel panorama italiano, ha dovuto affrontare questo passaggio cruciale. Una volta stabilite le regole fondamentali della nostra architettura, come un sistema di comunicazione spaziale con la propria struttura, quanto il progetto risponde al progettista e quanto alla regola? Dal punto di vista di chi scrive l’adozione di modelli progettuali nuovi, siano essi diagrammatici, algoritmici, biomimetici, rappresenta un modo di risolvere il conflitto. I modelli sopra elencati hanno infatti alcune caratteristiche in comune: sono adattivi, e perciò mutano con il mutare delle condizioni che li generano, e non sono generalizzabili, ma occorre ripensarli per ogni specifica condizione. Se perciò da una parte è vero che la materializzazione di Blur è indipendente da un controllo formale dei progettisti, è lo specifico algoritmo che la genera quello su cui tale controllo è stato esercitato. L’oggetto della progettazione slitta perciò, anche se non in maniera assoluta, dalla formalizzazione ultima al processo che la genera.

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Certo, l’occasione di un padiglione temporaneo ha dato agli architetti una maggiore libertà per sperimentare ed applicare metodi alternativi di pensare e vivere lo spazio, e difficilmente un processo analogo potrebbe essere applicato ad un caso di edilizia permanente e con una destinazione d’uso più specifica. Ma Diller + Scofidio vengono dal mondo delle installazioni artistiche, e quante volte l’arte ha mostrato all’architettura nuovi modi di pensare il progetto? La grandezza di questo padiglione è proprio questa: aver mostrato ad un pubblico vasto un nuovo modo di vivere l’architettura, superando il divario tra spazio antropico e spazio naturale. Ora è la nostra generazione a dover trovare un sistema con il quale le esigenze del vivere della quotidianità e questa nuova visione possano convivere.

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