Cap VIII: TOYO ITO – L’ordine Architettonico Algoritmico

Il contesto sociale in cui inizialmente l’architetto Toyo Ito muove le sue prime sperimentazioni progettuali, si caratterizza come risultato di trasformazioni culturali e sociali sviluppatesi a partire dal Secondo Dopoguerra in paese, il Giappone, costellato da un ramificarsi di città da una forte tensione dinamica, e segnate da una complessità di sistemi urbani indifferenziati e privi di reali e forti punti di riferimento. Un sistema frammentario e sostanzialmente neutro a partire dal quale Ito sviluppa e racconta una sua idea di architettura, un’architettura effimera, capace a suo modo di inserirsi e dialogare con il non-contesto esistente e offrendo al tempo stesso un’immagine evanescente e mutevole, proprio come la città giapponese. Un’originale declinazione, tutta orientale, dell’approccio occidentale per un’architettura attenta alla preesistenza storica e alla stratificazione della città europea.

In quest’ottica la sperimentazione di Ito tende a proporre un’architettura di liberazione della forma rivolta ad un’idea di neutralità della sua forma, raggiungendone la sua negazione. L’indifferenziazione e fluidità urbana che circondano le sue architetture diventano quindi gli strumenti per comprendere le ragioni delle di Ito orientate appunto a comunicare un’idea di fragilità, astrazione e fluidità della forma. In questo contesto, la tecnologia diventa essa stessa parte integrante e strutturante l’architettura, mezzo espressivo, mezzo comunicativo per raggiungere questa astrazione.

Microsoft PowerPoint - U-House Presentation.ppt

Dopo un primo periodo in cui appare ancora evidente un certo formalismo, ordine compositivo, ricercato in consolidati stili architettonici, con volumi e corpi unici compatti e pieni, con il progetto per Silver Hut a Tokyo, Ito dimostra una nuova attitudine progettuale capace di superare questi vincoli formali attraverso una de-composizione degli elementi compositivi dell’edificio, frammentandone l’architettura stessa. Un approccio ben diverso e distante dalla logica decostruttivista, che permette all’architetto giapponese di raggiungere quella smaterializzazione e astrazione per le sue architetture, svincolandole di fatto da ogni logica e forma decorativa, e da ogni possibile gerarchia prospettica.

Lo spazio interno quindi, libero e svincolato da rigide distinzioni tra funzioni, si trasforma così in uno spazio destinato a diventare esso stesso fluido ed effimero, polivalente, dinamico. Anche la struttura, ora immagine principale dell’edificio, si riduce al minimo, si alleggerisce, e si scompone in semplici elementi modulari.

2

Un’operazione di decomposizione che Toyo Ito sistematicamente applica a tutti i suoi edifici agendo a livelli differenti di scala progettuale, da quella volumetrica dell’intera struttura ad una più puntuale su alcuni suoi elementi. Il risultato che ne consegue appare chiaramente differente nei due casi. Da una parte, come nel caso della Silver Hut di Tokyo, il volume complessivo viene scomposto in una serie di coperture a volta a formare una struttura reticolare leggera in acciaio, frammentata in elementi leggeri, pieni e trasparenti compromettendo qualsiasi distinzione tra interno ed esterno. Dall’altro, la Mediateca di Sendai, nella quale l’architetto opera una differenziazione tra strutture, facciate e pareti mediante l’utilizzo di differenti materiali, rispetto ai tredici elementi verticali interni, trasformati in un fitto intreccio reticolare di elementi in acciaio “ondeggianti”, garantendo al tempo stesso una forma unica e compatta, un’architettura di fatto smaterializzata nel centro di Sendai.

3

Il cantiere delle Mediateca di Sendai e le vicende progettuali che lo hanno accompagnato, senza non poche preoccupazioni iniziali lo stesso Toyo Ito, hanno senza dubbio aiutato a riconoscere nella tecnica (strutturale) un importante attore nello sviluppo di ogni processo progettuale e quindi sulla possibilità di incidere sul risultato finale dell’architettura. Un apporto, un valore aggiunto di questa “estetica” del progetto strutturale, resa possibile soprattutto dall’apporto dell’informatica ed esplicitamente sintetizzato nello scritto “The Lessons of Sendai Mediatheque” in cui lo stesso Ito riconosce di fatto di non poter più eludere, in fase progettuale, dal dato oggettivo dell’edificio nella sua essenza materiale, individuando in quell’estetica di una struttura un nuovo interessante campo di sperimentazione. Una sperimentazione frutto di una sinergica e fattiva collaborazione tra lo stesso architetto e l’ingegnere strutturista, fin dalle prime fasi di un progetto. Sendai ha dimostrato come l’intervento a posteriori di un’analisi statica su un’idea progettuale sia di fatto da evitare. Da un confronto tra l’immagine e l’edificio effettivamente realizzato, un’evidente dissonanza era evidente. La leggerezza e l’assenza di spessore dei solai inizialmente immaginati dallo stesso Ito per un’architettura smaterializzata e trasparente intermezzata da leggeri filamenti verticali (“tubi”), hanno lasciato ben presto il posto ad un’immagine unitaria piuttosto solida e dal carattere fortemente “orizzontale”, enfatizzata soprattutto dalla consistenza dei solai (appositamente progettati per assolvere le rigide normative antisismiche del Giappone) e dai tozzi volumi che li attraversano.

Un’esperienza che ha saputo avvalorare e tradurre, a posteriori, questa distanza tra immagine, idea astratta iniziale e realtà oggettiva, in un metodo consapevole di ricerca con cui esplorare nuovi orizzonti formali e spaziali, attraverso un uso più consapevole dei mezzi che un architetto ha effettivamente a disposizione. L’opera finita in questo modo riesce così a sottrarsi immediatamente da quelle forzature che divengono alle volte, spesso direi, indispensabili per inseguire una forma preordinata, aprioristica, una griffe di molti architetti contemporanei.

Una nuova libertà di forma e di azione progettuale che Ito ha saputo cogliere e coltivare, sviluppare, a suo modo, in diversi suoi progetti, secondo differenti prospettive, ma sempre svincolato da ogni forzatura e ripetizione. Una progettazione quindi come atto condiviso, all’interno del quale un’importante ruolo assumono gli ingegneri Sasaki, Araya e Balmond, di volta in volta chiamati ad operare al fianco dell’architetto.

Nel padiglione progettato a Londra, a fianco dello stesso Ito, viene chiamato a collaborare l’ingegner Cecil Balmond. L’intreccio fitto di linee strutturali pensato per questa struttura temporanea è di fatto il risultato dello sviluppo automatico di un algoritmo elaborato a partire da principi di razionalizzazione strutturale, basati su principi meccanici e leggi geometrico-matematiche. Una collaborazione così sintetizzata dallo stesso Ito: Ciò che io e Cecil abbiamo in comune è un interesse nei modi di determinare le cose in un mondo in flusso. Egli non risponde semplicemente in modo strutturale a ciò che facciamo, ma fornisce alla nostra immagine regole matematiche. Non propone soltanto un programma strutturale, ma regole che informano lo spazio. Questa è la natura della nostra collaborazione.(2)

Un’attenzione quindi rivolta ad individuare prima di tutto un “processo” attraverso il quale individuare successivamente la soluzione definitiva, e non necessariamente una forma aprioristica.

4

Se con il progetto per il Serpentine Gallery Pavillion i modelli informatici rappresentano uno strumento utilizzato per astrarne una ricerca architettonica, secondo modelli prettamente matematici, in altri progetti Ito rivolge la propria attenzione anche sulla possibilità di riconoscere questi stessi principi statici a partire dall’osservazione di determinate forme naturali, scelte appositamente per la loro capacità di produrre effetti visivi o spaziali. Anche se attraverso un processo logico iterativo differente, questo è avvenuto per la scelta del pattern di facciata del TOD’S Omotesando Building a Tokyo, progettato nel 2004, ispirata alla silhouette di un albero di zelkova, e per l’intera definizione spaziale del Forum for Music, Dance and Visual Culture di Ghent, impostata dall’immagine iniziale di un corallo.

5

Il cambio di direzione intrapreso da Toyo Ito a seguito della realizzazione della Mediateca di Sendai, ha contribuito quindi a riconsiderare l’informatica, l’uso di mezzi digitali, come effettivo strumento di indagine per nuove e svariate forme di organizzazione della materia. Un cambio di paradigma quindi per il quale l’informatica da necessario mezzo comunicativo e visivo diventa finalmente “ingranaggio” fondamentale di ogni processo progettuale, anche e soprattutto attraverso la parametrizzazione e la digitalizzazione del diagramma iniziale di progetto.

L’informatica quindi come strumento realmente operativo di cui l’architetto ormai può e deve saper sfruttare le svariate possibilità Un modo per esplorare nuovi orizzonti formali e spaziali, instaurando un rapporto di collaborazione che, come riferisce Ito,“non è quello tra un architetto e un ingegnere ma quello tra due partner che lavorano insieme ad un progetto” (3).
Ito in questo caso ha saputo sviluppare una metodologia che tenesse conto del valore fondamentale di un’ “estetica” del progettista strutturale, incorporandola all’interno dei diagrammi di evoluzione del progetto capaci, attraverso raffinati sistemi informatici di analisi, di offrire sempre soluzioni plausibili ed effettivamente realizzabili.

Note:
1. Gamboni C., Toyo Ito e gli ingegneri. Tre collaborazioni dopo Sendai, Alinea editrice srl, Firenze 2012, pag. 15;
2. Cit, T.Ito, Cecil Balmond, Architecture Liberated by Geometry, in Gamboni C., Toyo Ito e gli ingegneri. Tre collaborazioni dopo Sendai, Alinea editrice srl, Firenze 2012, pag. 43;
3. Cit. T.Ito, C. Balmond, Conversation Fluid Spaces, in Gamboni C., Toyo Ito e gli ingegneri. Tre collaborazioni dopo Sendai, Alinea editrice srl, Firenze 2012, pag. 27.

Bibliografia di riferimento:
Maffei A., Toyo Ito. Le opere, i progetti, gli scritti, Electa, Milano 2001.
Gamboni C., Toyo Ito e gli ingegneri. Tre collaborazioni dopo Sendai, Alinea editrice srl, Firenze 2012

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...