CAP VIII: WATANABE-Il seme del futuro

 

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Nell’introduzione a “la rete della vita” Fritjof Capra[1] apriva sottolineando che i problemi più seri del nostro tempo sono di ordine sistemico, vale a dire interconnessi e interdipendenti, pertinenti cioè a quella  rete le cui relazioni sono non lineari e in cui ogni alterazione può diventare un anello di retroazione con effetto globale. In particolare in architettura questo principio ha delle implicazioni notevoli quando si parla di infrastrutture, in quanto incorporano “la loro natura sempre più mista dal punto di vista del programma, il tema delle modifiche progressive lungo lo sviluppo longitudinale e soprattutto il rapporto con il suolo”[2] (Saggio)

Non è un caso infatti che nel recente film premio oscar “Ex Machina” l’androide protagonista posto di fronte alla possibilità di uscire dalla propria vita in cattività esprime il desiderio di vedere quale primo luogo della Terra proprio un incrocio trafficato, in quanto “un incrocio trafficato fornirebbe una concentrata ma mutevole visione della vita umana”, ed è proprio questa mutevolezza che cerca di catturare Watanabe attraverso i suoi programmi e algoritmi.

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una scena del film Ex Machina

Affrontare questo tema attraverso la questione dell’intelligenza artificiale apre a una considerazione fondamentale per comprendere l’importanza dell’approccio, nei termini di espressione dell’intelligenza umana attraverso sistemi computerizzati.

Consideriamo infatti quanto espresso da Wittegestein nel suo Tractatus, secondo il quale esiste un duplice isomorfismo (identità di struttura) tra mondo-pensiero-linguaggio, fatto oramai assodato dalle neuroscienze. L’idea di base è che la nostra mente è stata forgiata attraverso i secoli e i millenni dall’evoluzione e attraverso la materia stessa del mondo, per rispondere e interpretare agli stimoli del mondo stesso. Questa condizione costituisce una “impronta digitale” inscritta nella struttura del nostro cervello. Il nostro linguaggio è una rappresentazione del nostro pensiero che a sua volta è una rappresentazione del mondo in una continua reciprocità di struttura, quindi attraverso il linguaggio possiamo conoscere il pensiero e di conseguenza la realtà.

Per questa ragione fino ai nostri giorni ci siamo adoperati per conoscere il linguaggio della nostra mente e oggi Il mondo ha trovato un nuovo isomorfismo attraverso il linguaggio dell’informatica. Questo strumento che si basa sulle intuizioni di Aristotele, Boole e Turing, in merito al funzionamento della mente razionale umana traduce il linguaggio della nostra più solida logica in un sistema di convenzioni strutturate e costituisce la prima realizzazione di un’estensione attiva della mente.

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La cosa fondamentale da comprendere è che il termine macchina è del tutto fuorviante rispetto alla fluidità propria dell’informatica, non stiamo parlando di un orologio, stiamo parlando di un linguaggio umano, che sempre più ne eredita tutte le caratteristiche:

«La capacità linguistica che ciascun parlante possiede non consiste in un repertorio di parole, espressioni, frasi; è invece un insieme di principi e di regole. La grammatica è una competenza mentale posseduta dal parlante, una competenza che permette al parlante di formare una frase, infinite frasi. […] Secondo Chomsky la competenza è il sistema di regole che sono nella mente del parlante e che costituiscono il suo sapere linguistico.»[3] (Dardano-Trifone)

Watanabe è perfettamente consapevole di questo quando illustra le regole di relazione pertinenti a questo linguaggio espresse nel libro “induction Design”, e infatti sottolinea che:

“Dovremmo cercare strade che permettano al computer e al cervello di completarsi a vicenda e di collaborare nella progettazione architettonica. Questo significa che dobbiamo trovare modi di usare il computer come estensione non soltanto della mano del progettista, ma anche del cervello umano.”[4] (Watanabe)

Egli quindi struttura programmi basati sul principio di test e verifica per successive fasi in funzione di logiche parametriche, come nel caso della stazione di Iidabashi in cui una struttura reticolare sprofonda nel sottosuolo come le radici di una pianta digitale e raccoglie in se come una linfa vitale la complessità stessa della rete metropolitana giapponese. Il sistema articolato dai tubi saldati raccoglie e accompagna il flusso di utenti integrando anche le componenti impiantistiche e risolvendo l’articolazione spaziale e volumetrica,  culminando infine con una inflorescenza artificiale. Questa costituisce la torre di ventilazione la cui struttura complessa è a sua volta il risultato di un programma di ottimizzazione strutturale che considera i diversi materiali e le differenti sezioni e superfici che entrano in gioco sfruttando al massimo le prestazioni della struttura tridimensionale. In questa trama intricata l’obiettivo generale è di “rendere manifesto ciò che è nascosto”[5], di portare in esterno ciò che avviene nella ‘scatola nera’ della mente dell’individuo, del sistema sociale e quindi del sistema infrastrutturale.

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Si tratta in pratica di utilizzare una logica induttiva per processi piuttosto che una logica deduttiva per obiettivi, in altre parole ciò su cui si lavora sono vincoli e relazioni all’interno di un sistema dinamico che reagisce alla variazione di parametri eterogenei. Nella logica per obiettivi-deduttiva si prestabilisce il risultato quale regola generale e si piega ogni cosa a quella regola, nel sistema induttivo “il principio è quello di dar vita a un processo simile alla crescita di un organismo. […] Per realizzare nell’ambiente costruito il comportamento e l’equilibrio metabolico dell’ambiente naturale.”[6](Gregory)

 

NOTE

[1] Capra Fritjof, La rete della Vita, BUR, Bergamo 2005

[2] Saggio Antonino, Architettura e modernità. Dal Bauhaus alla rivoluzione informatica, Carocci, Roma 2010, p.422

[3] Dardano Maurizio, Trifone Pietro, La lingua italiana, Zanichelli, Bologna 1991, p. 14

[4] Watanabe Makoto Sei, Induction Design, testo&immagine, Riva presso Chieri (Torino) 2004, pp. 37-38

[5] http://www.makoto-architect.com/subway/subway_2e.html

[6] Gregory Paola, Territori della  complessità, testo&immagine, Riva presso Chieri (Torino) 2003,

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