Cap VIII: HERZOG & DE MEURON

Qualcosa rapisce lo sguardo tra gli edifici sparpagliati nel campus. Movimenti formali si susseguono senza un legame tra loro. Ogni padiglione ha un un proprio carattere che è alla base della ricerca stilistica dell’architetto da cui è stato progettato. Tra questi ve ne è uno, che rasserena, attira a se. Una bussola interiore nell’essere umano indica una forma nota a chiunque, anche agli occhi di un bambino. La forma domestica. La forma vernacolare per eccellenza che attiva nella mente del fruitore la presenza di una casa o qualcosa ad essa affine. Tante case, tanti volumi con tetti spioventi sovrapposte l’una all’altra, in modo apparentemente casuale, disordinato.

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Dal parcheggio del campus Vitra a Weil am Rhein in Germania, si intraprende la strada pedonale per raggiungere la Vitra Haus, disegnata da Herzog & de Meuron e inaugurata nel 2009. Si lasciano alle spalle gli altri edifici. Avvicinandosi, dal piano terra notiamo la presenza di una corte definita dalla composizione dei vari volumi che determina un vuoto centrale. Intorno alla corte corre una seduta, stabilita dal disegno ondulato della parete di uno dei volumi poggiante a terra. Qualche anziano seduto che fuma all’interno di questa cavità artificiale, bambini che si rincorrono mentre i genitori li rincorrono a loro volta con un panino in mano per convincerli a mangiare, ma il gioco ha la meglio sul cibo.

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Ed è proprio in quel momento che si nota un recinto, dove uno di questi bambini entra per mettersi a cavalcioni su dei piccoli elefanti finti. Osservando bene si capisce che sono gli elephant progettati di Eames. La mostra degli oggetti di design Vitra inizia all’esterno dell’edificio, e soprattutto inizia come gioco definito spazialmente da una semplice staccionata di legno a forma circolare. I due architetti sembrano partire da questo concetto fondamentale, accomunare l’astrattezza alla domesticità di un luogo. La modernità, data dalle potenzialità strutturali dei materiali, è accostata all’istintività dell’essere umano nel riconoscere la natura di un determinato ambiente. Herzog & de Meuron riescono ad esaltare con enfasi l’energia della semplicità formale grazie anche all’uniformità del colore: il grigio antracite dei 12 volumi, che stabiliscono lo sviluppo verticale di 5 piani.

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Così, di giorno, risulta essere un edificio introverso, ma l’apertura verso il contesto con grandi vetrate viene enfatizzata solo nelle ore serali quando il bianco delle pareti interne riflette tutta la luce artificiale emanandola verso l’esterno. La Vitra Haus così sembra voler acquisire il ruolo di un lighthouse, il faro del campus.

L’uso del bianco nello spazio interno ha uno scopo, essere lo sfondo silenzioso alla varietà dei prodotti di design della Vitra. Cosi come nelle quinte teatrali, gli ambiti domestici vengono proposti non asettici, ma vitali, sembra che gli abitanti abbiano appena lasciato il soggiorno. Ci si sente ospiti.

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Il percorso interno è scandito da una successione di scale con una diversa sezione e forma, da doppie altezze che stabiliscono una connessione e una continuità di sguardi tra i diversi ambiti, da vetrate a tutta altezza verso il contesto e vetrate che affacciano verso la corte interna.

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Le pareti interne hanno una diversa inclinazione tra loro. È così che i due architetti fanno percepire le falde spioventi. A volte sono dei piani dove il fruitore può sedersi, come accadeva nella corte, altre volte ancora sono delle tele dove vengono esposte sedie e poltrone, fluttuanti, come appoggiate su un piedistallo d’aria. Un richiamo forse a Marcel Duchamp, rendere arte un oggetto di uso quotidiano semplicemente elevandolo su di un piedistallo.

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Ma si rimane interdetti guardando al metodo progettuale dello studio svizzero. Nello stesso arco temporale progettano e realizzano lo Stadio Nazionale a Bejing, inaugurato nel 2008. Un oggetto architettonico caratterizzato da un gesto formale forse troppo marcato. E il richiamo alla struttura, e all’immagine, del nido degli uccelli va in collisione con quello dello stadio. L’immagine di un luogo domestico, il nido, va in collisione con la natura di luogo per lo sport. Un processo che ha un fine eccentrico. La risposta di questo comportamento bipolare dello studio di Basilea la possiamo trovare solo ora, nel nostro presente, guardando gli ultimi progetti del duo svizzero. Più nello specifico i due progetti sono: il nuovo stadio a Bordeaux finito di realizzare nel 2015, e il nuovo stadio del Chelsea a Londra ancora in sviluppo.

L’attenzione progettuale ricade non tanto nella forma quanto nello studio del tipo architettonico, dello “stadio” in quanto luogo delle manifestazioni sportive che ha l’obbligo di ricoprire un ruolo importante in quanto luogo urbano. Così il portico d’ingresso, in entrambi i due casi su citati, è trattato come un ambito con proporzioni monumentali col fine di essere l’inizio di un percorso che prepara il visitatore ad entrare in un luogo adibito a manifestazioni per la città. La forma strutturale non è un richiamo ad un immagine che si ritrova in natura e il materiale è appositamente scelto per connettersi con il contesto naturale, nel primo caso, urbano nel secondo.

Herzog & de Meuron lasciano intendere la loro piena maturazione come architetti. Concentrare l’attenzione del fare architettura nel rievocare, reinterpretare le caratteristiche dei diversi tipi architettonici per non allontanarsi dalla linfa che genera l’architettura per l’uomo.

Una frase sembra essere sussurrata nell’interpretare la loro crescita come architetti, uno dei 20 aforismi di un architetto loro connazionale, Luigi Snozzi: nulla è da inventare tutto è da reinventare.

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