Cap VII: RENZO PIANO-La Leggerezza Sostenibile

Quando nel 1998 Renzo Piano venne insignito del prestigioso premio Pritzker la giuria motivò la scelta in questo modo:
“L’architettura di Renzo Piano riflette quella rara fusione di arte, architettura e ingegneria in una sintesi davvero notevole mostrando curiosità intellettuale e capacità di risolvere problemi vaste e lungimiranti come quei maestri che l’hanno preceduto in patria , Leonardo da Vinci e Michelangelo. Mentre il suo lavoro abbraccia la tecnologia più recente di questo periodo, le sue radici sono chiaramente nella filosofia classica e nella tradizione italiana. Ugualmente a suo agio con antecedenti storici, così come con la tecnologia più recente, è anche intensamente interessato a questioni di abitabilità e architettura sostenibile in un mondo in continua evoluzione.”
Nato a Genova nel 1937 da una famiglia di costruttori, studia tra Firenze, Parigi e Milano dove si laurea nel 1964. Formatosi accademicamente durante il periodo del “Big Bang” degli anni ’60 in cui la disciplina tendeva ad assumere “uno statuto molteplice e variegato” [1], ridefiniti non solo il concetto di linguaggio architettonico, ma soprattutto quello spaziale con il progetto per il Center Pompidou negli anni ’70, è stato uno dei precursori, negli anni ’80, delle tematiche inerenti la sostenibilità, l’uso consapevole e parsimonioso delle risorse, del rapporto tra architettura e contesto. Negli anni ’90 ha contribuito ad introdurre una nuova visione della città basata sul concetto di mixitè in contrapposizione alla tendenza dominante dello zoning ereditata dal movimento moderno. All’inizio del 2000 ha spostato l’attenzione sul concetto di cucitura urbana ed ha fatto della sostenibilità l’ambito principale della sua ricerca.
La specificità dell’architetto genovese è di attraversare tutti i paradigmi del suo tempo evolvendo per sovrapposizione e non per rottura. Come lui stesso ama ripete da buon genovese “non butta via nulla”. Il suo lavoro è una sorta di filo rosso che tiene assieme le discontinuità che attraversa. Questo grazie alla filosofia alla base del suo pensiero, il suo modo di concepire la cultura prima ancora che l’architettura.
“Quelli che per noi sono i classici erano al loro tempo erano grandi innovatori. Guardare a essi deve significare riscoprire i valori, non i risultati: se no si applica una cifra formale, ma si tradisce l’intenzione autentica”.[2]
Su questo cardine Piano costruisce il suo metodo e declina la sua architettura.
Il metodo in Piano è prima di tutto sintesi: “io ho scelto di lavorare confondendo le acque, e mescolando le discipline. Non mi interessano le differenze tra le arti e la scienza, mi interessano le similitudini.”[3]
Sintesi tra arte e tecnica, tra tradizione e innovazione, tra spazio materiale e spazio immateriale, tra ambiente naturale ed ambiente antropizzato.
Gli strumenti che la declinano sono la flessibilità, la leggerezza, la trasparenza, l’uso della luce, la tecnologia. La sostenibiltà è l’assioma di fondo.

Per capire il processo bisogna prima di tutto capire cosa sia per Piano la sostenibilità.
L’assunto di partenza è che l’architettura modifica il territorio per renderlo accogliente e piacevole per l’uomo. Quindi nel momento stesso in cui si parla di architettura sostenibile si parla di natura antropizzata. Questo è, a mio avviso, un punto determinante perchè, contrariamente a quanto spesso si tende a pensare, la sostenibilità è un problema che riguarda molto più l’uomo della natura, è un problema dell’uomo, non della natura.
Per l’architetto: “L’architettura è una seconda natura che si sovrappone a quella vera. Quando uno che fa il nostro mestiere parla di ambiente dovrebbe sempre ricordarlo”.[4]
Si tratta quindi di misura, di creare un rapporto intelligente con l’ambiente, “di capire la natura, rispettare flora e fauna, collocare correttamente edifici e impianti, sfruttare la luce e il vento” [5] questo “come tutti i rapporti intelligenti, prevede anche un certo grado di tensione tra il costruito e la natura.”[6]
Per Piano le soluzioni formali vengono prima della tecnica ma questo è possibile solo nel momento in cui l’architetto la conosce e la domina.
L’architettura deve assimilare innovazione e tecnologia, ma soprattutto deve integrarle creando soluzioni che facilitino e migliorino la vita delle persone; “l’architettura sostenibile è quella capace di trovare quest’equilibrio”.[7]

Ci sono due progetti realizzati negli anno ’90 che sono particolarmente esplicativi di questi concetti.

Il Museo della fondazione Beyler (1991-1997) realizzato a Riehen (Basilea) è la struttura destinata ad ospitare la collezione di Ernest Beyeler. Il sito dell’intervento presentava diverse criticità, la conformazione, stretta ed allungata, la presenza di alberi secolari, la prossimità dell’ottocentesca Villa Berower, dichiarata monumento storico, e l’ubicazione nei pressi di un’arteria fortemente trafficata.

1

L’architetto colloca il museo in modo da coniugare gli specifici vincoli del sito e l’andamento solare. Un muro rivestito di pietra rossa dell’arenaria protegge l’edificio dal traffico della strada perimetrale. Quattro muri longitudinali portanti reggono il piano interrato della struttura mentre i pilastri che sorreggono la copertura sospesa del piano fuori terra, anch’essi rivestiti dello stesso materiale, emergono da vasche d’acqua. La memoria del tempio greco si contaminata con la mediazione neoclassica della capanna primitiva dell’abate Laugier, l’interpretazione diagrammatica della Mison Dominò di Le Corbusier si coniuga con quella astratta del padiglione Barcellona di Mies dove otto pilastri cruciformi tengono un tetto a pensilina.
Proprio la copertura è l’elemento determinante del progetto, la struttura sospesa sopra dell’edifico si dilata orizzontalmente oltre il suo perimetro. L’elemento coniuga l’aspetto formale con quello tecnico funzionale. Esso snellisce l’edificio generando la netta prevalenza della dimensione orizzontale su quella verticale, alleggerisce, fuoriuscendo dal perimetro dei sistemi orizzontali, e al contempo costituisce un tappeto filtrante per la luce naturale grazie alle lastre di vetro inclinate che garantiscono l’illuminazione ottimale per la contemplazione delle opere esposte.

2

Come sottolinea lo sterro progettista la struttura è un perfetto connubio tra forma e tecnologia:”Nel centro della stanza si situano le opere d’arte. La luce naturale diretta non può raggiungerle mai, perchè deve essere sempre indiretta. Per questo si è costruito uno spazio di quasi due metri di altezza in cui si filtra l’aria e si tratta la luce. Attraverso un pavimento doppio, l’aria entra nello spazio abitabile a una velocità lentissima, più lenta della velocità di salita delle particelle di polvere. Se però per applicare queste norme di risparmio energetico si fosse prodotta un’architettura pesante, umanisticamente fuori controllo, non mi sarebbe interessato affatto.”[8]

6

Praticamente contemporaneo (1991-1998) è il progetto per il Centro Culturale Jean-Marie Tjibaou in Nuova Caledonia .

7

Nel progetto i materiali locali si coniugano con la tecnica costruttiva propria della cultura mediterranea. Ispirandosi alla struttura tipica dei villaggi locali l’architetto progetta dieci strutture curve in legno di altezza compresa tra 9 e 28 m. Le strutture non hanno solo una funzione iconica, di celebrazione della cultura locale, ma sono un sofisticato sistema tecnologico di sfruttamento della ventilazione naturale. Il doppio rivestimento in legno di iroko ha la funzione di proteggere la facciata dalle tempeste tropicali senza impedire impedire l’ingresso delle brezze e della luce naturale. La loro conformazione inoltre è studiata in modo da favorire l’espulsione dell’aria calda attraverso l’effetto camino. In definitiva sono dei veri e propri regolatori climatici. Il guscio di legno racchiude un cuore tecnologico.

Il centro è un connubio di elementi costruiti ed aree forestali, aree funzionali e percorsi di connessione, di pieni e di vuoti. Il complesso è organizzato in tre aree: una ospita le zone pubbliche e gli spazi espositivi, una ospita l’auditorium, le sale per le riunioni e la mediateca, una terza le aule per l’insegnamento e i locali dedicati all’amministrazione. Le capanne che compongono le diverse zone funzionali cono connesse attraverso una passeggiata coperta su cui si affacciano tutti gli spazi che compongono il progetto.
Come tutti i progetti di Piano anche questi sono molto diversi tra loro per soluzioni estetiche, tecnologiche, strutturali. Cambiano i materiali, cambiano le soluzioni formali e quelle tecnologiche perchè si adattano al luogo, al clima e alla cultura ma rimangono comunque riconoscibili in quanto da un lato riflettono tutti un approccio culturale definito, dall’altro perchè sono il risultato di un architetto che pensa che il suo compito sia “usare la tecnica per creare un’emozione; un’emozione artistica”.[9]

Bibliografia
Saggio A., Architettura e Modernità. Dal Bauhaus alla Rivoluzione Informatica, Carocci, Roma, 2010
Jodidio P., Piano – Renzo Piano Building Workshop 1966 to today –, Taschen, Singapoer 2008
Irace F., Renzo Piano le Città Visibili, TriennaleElecta, Verona 2007
Piano R., La Responsabilità dell’Architetto (VI edizione), Passigli Editori, Città di Castello 2007
Piano R., Giornale di Bordo, Passigli Editori, Firenze 1997
Marcos J.R., Renzo Piano: Sustainable architectures = arquitecturas sostenibles, Anatxu Zabalbeascoa, Anglais 1998

Note
[1] Cit. A.Saggio da Architettura e Modernità. Dal Bauhaus alla Rivoluzione Informatica, Carocci, Roma, 2010
[2] Cit. R. Piano da Giornale di Bordo, Passigli Editori, Firenze 1997
[3] Cit. R. Piano da Giornale di Bordo, Passigli Editori, Firenze 1997
[4] Cit. R. Piano da Giornale di Bordo, Passigli Editori, Firenze 1997
[5] Cit. R. Piano da Giornale di Bordo, Passigli Editori, Firenze 1997
[6] Cit. R. Piano da Giornale di Bordo, Passigli Editori, Firenze 1997
[7] Cit. R. Piano da Giornale di Bordo, Passigli Editori, Firenze 1997
[8] Cit. R. Piano da J.R. Marcos, Renzo Piano: Sustainable architectures = arquitecturas sostenibles, Anatxu Zabalbeascoa,Anglais 1998
[9] Cit. R. Piano da Giornale di Bordo, Passigli Editori, Firenze 1997

Immagini
[Imm. 1-8]Archivio fondazione Renzo piano tratto da http://www.fondazionerenzopiano.org

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