CAP VI: SVERRE FEHN -aurore architettoniche

 

“…Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.”

Giacomo Leopardi, L’infinito

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Il paesaggio è immobile, costretto in una crosta bianca che riflette le luci del cielo con le sue aurore boreali.

E’ un mondo cristallizzato quello della Norvegia, un mondo di porcellana.

E’ nel ghiaccio che l’architettura può divenire riflesso, rugiada. Ed è in Norvegia che l’architettura di Sverre Fehn si manifesta, creando atmosfere a tratti eteree, a tratti squarciate nel loro buio da fendenti luminosi, netti ,crudi che evidenziano spazialità tettoniche, precise e potenti, ma allo stesso tempo sensibili.

Il rispetto reverenziale nei confronti della natura e del paesaggio è fattore imprescindibile della sua opera, ragione per la quale la maggior parte dei suoi edifici non si innesta in grandi contesti metropolitani, ma prende vita nelle lande norvegesi, e-come egli stesso sottolinea- è proprio la terra, la sua terra, ad essere “architetto dei suoi edifici”.

Gli organismi architettonici di Fehn si compongono sempre di pochi elementi semplici, riconoscibili, quasi primitivi, presenti nel suo vissuto come una radiazione di fondo, sempre percepibili ed identificabili.

Nell’opera di questo architetto, più che di primitivismo probabilmente sarebbe più opportuno dunque parlare di cultura indigena, di località.Egli è un progettista da sempre coerente con il proprio modus operandi, che si concretizza in una ricerca  personalissima, quasi appartata: intima.

Fehn trova le sue personalissime verità formali nelle linee di terra e di orizzonte, sostenendo in prima persona che, “Tutto ciò che costruiamo si scontra in qualche modo con il suolo, ragion per cui l’orizzonte diventa un aspetto importante dell’architettura”.

E’ nell’orizzonte che finisce la terra ed inizia il cielo, è un confine. Ma è un confine che nessuno di noi sarà mai in grado di trapassare e raggiungere. Dunque un limite affatto ideale, ma eminentemente fisico, con il quale ogni architettura è destinata a scontrarsi e, con il quale ogni uomo è costretto a misurarsi.

Come superare tale limite? Come trattare con l’orizzonte?

Non è terra e non è cielo. E’ una linea tanto manifesta quanto impercettibile, un pulviscolo inafferrabile.

In Fehn le architetture sono fortemente radicate al suolo, ma è negli attacchi al cielo che manifesta la propria relazione con l’orizzonte. E’ il primo a spezzare tale orizzontalità, piegandola, vestendola di tetti, che, come modernissime capanne, rappresentano riparo.

E’ il caso del museo dei ghiacciai di Fjærland. Il museo è un continuo giustapporsi di forme angolari, spigolose e taglienti, svelate dalla luce che si infiltra nel complesso spezzandosi attraverso lo scontro dei suoi stessi fasci con la frammentarietà delle superfici acuminate: non siamo di fronte alla ricerca di forme complesse e decostruite, nate da chissà quale esplosione, ma anzi, siamo di fronte alla riproposizione del paesaggio sintetizzato in forme architettoniche complesse nel loro accostamento, ma semplici nelle loro componenti.

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Fehn analizza il paesaggio circostante, ed imposta planimetricamente il suo progetto estrapolando dal contesto tre assi sino a creare una griglia. Questi ultimi risultano allineati con le cime delle montagne che abbracciano la vallata nella quale è situato il museo,che è collocato nel punto di intersezione tra questi ultimi. Ogni dettaglio è studiato minuziosamente affinché l’osservatore, guidato dalla luce polare modulata dall’architetto, diventi “punto focale nel panorama totale”.

Le opere di Fehn nascono sempre da due elementi naturali fondamentali ,terra ed acqua, matrici, materia della vita. Se il rapporto con la terra si fa palese in questa opera, quello con l’acqua, è silente ma presente. Il museo è come un cristallo opaco, un iceberg in cemento incastonato in un fiordo immaginario e percepibile solamente dalla quota più alta: non è casuale il posizionamento di una scalinata esterna che consente ai visitatori di accedere al punto più alto del museo, dal quale è possibile bagnarsi nell’atmosfera della vallata, nella sua detonante bellezza, percependo la propria centralità.

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Così come a Fjærland, nel progettare il Centro Ivar Aasen, Fehn parte dal suo assioma fondamentale: “L’architettura è scrivere nel paesaggio”. L’architetto è nuovamente chiamato ad operare in un contesto nel quale la natura è protagonista. Come nell’edificio per il Glacier Museum egli traccia linee che si traducono in un edificio lungo e snello, che si inserisce nel paesaggio come un cannocchiale ,trovando ancoraggio nella vicina collina. L’utilizzo di ampi elementi vetrati permette l’ingresso della luce, modulata e mutevole. Quel che risulta sconvolgente in quest’opera è la definizione delle spazialità interne e la relazione delicatissima tra materiali utilizzati e natura. Se nella definizione complessiva dei progetti, di pianta, prospetti e volumi il rapporto con la natura si fa palese nell’utilizzo di matrici e forme estrapolate dal contesto, la concezione degli spazi interni e l’utilizzo costante “materiali nudi”, lasciati quindi “al naturale”, ribatte e rafforza la connessione tra Fehn e questo elemento: il calcestruzzo, materiale sempre presente nelle sue opere, viene adoperato con una finezza linguistica che trova connessione diretta con le costruzioni tradizionali norvegesi: il materiale è trattato in maniera tale da riprendere la trama del legno, effetto ottenuto attraverso l’utilizzo di casseri particolarmente plastici. Quest’ultimo è spesso accostato alle cornici lignee delle finestre, in pino, a contrasto con i pavimenti scuri in rovere.

 

Nel centro Ivar Aasen , opera tarda, Fehn sintetizza tutti gli elementi chiave della propria architettura. Tutti i dettagli confluiscono verso un tutto, un tutto che quasi stordisce con le sue evidenze inattese. Un tutto che si costruisce su una forte impostazione metodologica, che sfrutta la topologia dei territori, gli elementi di spicco, l’ orografia. Un tutto fatto di luce, che svela lo spazio, che definisce. Un tutto fatto di ombre, intimità, introspezione. Un tutto fatto di un eco che risuona come se nato dal fiordo più profondo, dove l’unico suono preponderante è quello della natura.

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