Cap VI: GINO VALLE

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Quattro travi alte un metro giunte tra di loro a formare un quadrato in pianta. Questo limite architettonico che delinea un’ambiente viene sospeso da terra. I punti di appoggio sono tre pilastri nascosti dalla vegetazione circostante, innestati nella lieve pendenza che accompagna il visitatore nel vuoto centrale posto ad una quota inferiore rispetto al piano stradale; una stanza a cielo aperto dove l’orizzonte scende di livello.

Per entrarvi, il visitatore supera la strada carrabile, approda sulla rotonda, e scivola delicatamente al centro di questa oltrepassando la soglia marcata dal quadrilatero e dal cambio di quota.

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Gino Valle lascia che i rumori della città, le macchine che ruotano intorno a questo monumento, i clacson che si susseguono, ma fortunatamente anche le grida giocose dei bambini che attraversano la strada o le parole delle persone che passeggiano, entrino all’interno di questo luogo urbano.

Il Monumento alla Resistenza a Udine, di Gino Valle, che simboleggia la resistenza partigiana della Seconda Guerra Mondiale vede la sua realizzazione nel 1969, non è un monumento fine a se. Non un punto focale. Non un oggetto che deve essere ammirato da una certa distanza e che lascia solo al senso della vista umana la possibilità di essere apprezzato.

Lascia anche che sia il tatto a partecipare, nell’accarezzare il cemento a vista delle travi. Cemento che possiede una sua potenza materica data dal negativo delle cassaforme in assi di legno.

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All’udito, non solo riguardo i suoni urbani. Qui Gino Valle riesce a fornire una voce all’architettura. Un sussurro che nasce dal cadere dell’acqua su di un pavimento anch’esso di cemento. I rami d’edera che si impossessano delle travi dalla primavera fino al tardo autunno, nelle giornate di vento producono un sibilo, che proprio per quel cambio di quota rispetto alla strada carrabile, prende forza e non viene annientato.

Un monumento che oltre a ricordare, a materializzare la memoria di una determinata popolazione, ricorda ogni giorno il presente, ne scandisce come un orologio a cucù l’attimo in cui si vive, i colori della stagione in cui si sta vivendo. Ci ricorda che la vita non è solo porsi obiettivi, correre per raggiungerli, lavorare, comprare… ci ricorda che a volte dobbiamo essere spettatori dello spettacolo che la Terra sa fornire. In primavera, l’edera, priva di foglie dal freddo inverno, incomincia ad avere i primi germogli, per esplodere in un verde intenso nel periodo estivo e salutare in autunno con un rosso passionale.

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Gino Valle è riuscito a fondere tutto ciò: monumento, natura, orologio delle stagioni in un elemento della città architettonicamente insignificante, una rotonda stradale. Ma proprio per la sua celebrazione quotidiana dei cittadini che ne lambiscono le sponde ogni mattina e ogni sera è forse uno degli elementi più visibili e funzionali per l’atto del ricordare.

Tralasciando momentaneamente il significato che porta con se il monumento, all’interno di questo quadrato, queste quattro travi di cemento, sembrano abbracciare chiunque voglia in realtà resistere al modo frenetico con cui l’essere umano modifica il suo modo di vivere.
Una costruzione archetipica nella sua costruzione, se vogliamo, ma che fa affluire al suo interno temi architettonici essenziali: luogo di memoria, luogo di aggregazione, verde urbano, snodo stradale, percorso pedonale e percorso stradale non tralasciando nemmeno per un istante, forse il tema architettonico più importante: accogliere i sentimenti e le percezioni primordiali dell’essere umano.

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