CAP. V: PETER EISENMANN

“L’architettura stessa è un genere di scrittura. Si deve leggere un monumento per trovarvi un discorso e degli insegnamenti iscritti. Allora l’architettura è solo un testo nel senso classico di testo, un testo sacro”

Jacques Derrida

 

“Aver scelto l’architettura, per me, è stato come un impegno nei confronti del mondo esterno, una sorta di rifiuto a restare confinato nell’universo della sperimentazione. Il contributo più positivo dell’architettura è stato l’avermi permesso di sviluppare i campi più svariati nelle mie vesti di scrittore. Questo in definitiva è il mio unico vero interesse, riconoscermi o riuscire ad immaginarmi in un altro mondo.”

Rem Koolhaas

A volte la dimensione operativa che più ci attira di un architetto non è quella del progetto dell’architettura, ma quella del progetto del substrato teorico da cui essa è generata. È per me il caso di Peter Eisenman. La scrittura di Eisenman non è infatti né narrativa né descrittiva, ma preminentemente progettuale, solo un’altra forma di progetto. Eisenman non fa della scrittura un medium di comunicazione delle sue idee, ma la utilizza come un terreno di sperimentazioni teoriche in cui, attraverso complesso giochi di risemantizzazione dei concetti fondanti dei movimenti architettonici precedenti, costruisce il proprio paradigma operativo.

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Verso la fine degli anni ’70, Eisenman è un giovane dottorando che collabora con Colin Rowe e la scrittura è il campo di indagine e di sperimentazione in cui generare, prima concettualmente e solo poi graficamente, i propri progetti. In questa fase l’intera ricerca eisenmaniana ruota intorno alla tesi che che esista una sostanziale continuità del paradigma della classicità, che lega virtualmente il rinascimento al post-moderno.  Questo processo analogico, che si sviluppa intorno alcuni nodi fondamentali (rappresentazione, ragione, storia, segno e decomposizione) trova la sua prima reale fase di discontinuità con l’idea, che alla metà degli anni ’80 iniziava a formarsi, di un’architettura de-composta, decostruita. L’intera ricerca si inserisce nel più ampio orizzonte del lavoro di Eisenman che, influenzato anche dallo stretto rapporto con Colin Rowe, scindeva l’architettura in due componenti fondamentali: quella sintattica e quella semantica, con una forte prevalenza ed un’essenziale autonomia della prima rispetto alla seconda.

 

“Intendendo l’architettura come un sistema di segni (non per forza connesso a un corrispondente sistema di significati), Eisenman relaziona la sua «interiorità» a un paradigma linguistico. Un paradigma che, nel contesto dell’architettura, permette di mostrarne la piena autonomia rispetto ai «discorsi» ai quali essa è classicamente e normativamente riferita. Un’architettura intesa come scrittura di se stessa: non più come narrazione, nel senso tradizionale del termine, bensì – secondo quanto afferma Derrida conversando con Eisenman – come «spaziatura»: dove «non si abbandona il testo discorsivo, ma si ha nuova esperienza di questo stesso testo, della sua struttura, della sua apertura, della sua non-chiusura, della disgiunzione, soprattutto della maniera in cui vi si inscrive un discorso».”

  1. Biraghi

Per una volta, invece di analizzare un’opera di architettura, vorrei provare a ricostruire un metodo progettuale analizzando un’opera letteraria: la fine del classico. Il libro è articolato in sette saggi, pubblicati su carie riviste in un arco di dieci anni.

I primi due saggi, Post-Funzionalismo e La rappresentazione del Dubbio, affrontano il tema del segno. Nel primo saggio Eisenman evidenzia come, da un lato, il Movimento moderno incarni una nuova sensibilità rispetto all’epoca pre-industriale, mentre dall’altro “rappresenti solo una fase tardiva dell’epoca classica”. Il rapporto forma e funzione veicola, infatti, il rapporto tra le componenti sintattica e semantica dell’architettura, non raggiungendo l’autonomia a cui Eisenman aspira. Nel secondo saggio l’autore ci guida invece in una riflessione che lega il segno alla rappresentazione: quando quest’ultima non è più il mezzo che lega il segno al significato, allora i due possono muoversi in autonomia. Materializzazione diretta del ragionamento sono gli studi sulla serie di case, dalla House I alla House X, realizzati da Eisenman: confondendo il rapporto tra oggetto (architettonico) e soggetto (che recepisce l’oggetto), il significato di questi studi è destabilizzante, svincolando il segno dal suo valore semantico.

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Ne La città degli scavi artificiali e ne La futilità degli oggetti, il tema cardine è la storia. Nel primo saggio, scritto in occasione del concorso per l’IBA di Berlino, Eisenman sottolinea come la memoria storica, quando assunta come valore predominante, non possa che portare ad un atteggiamento romantico o stilistico. Introduce perciò il concetto di antimemoria, “diversa dalla memoria sentimentale o nostalgica, poiché essa non richiede né cerca un passato (o un futuro)”. Memoria e antimemoria lavorerebbero insieme per produrre un oggetto “sospeso”, un luogo. Nel secondo scritto la storia rappresenta invece il punto di partenza di un ragionamento che punta ad arrivare al tema della decomposizione. “La storia non è continua. È fatta di assenze e di presenze”, scrive Eisenman. E proprio sull’assenza lavora l’architetto, intesa come un momento di rottura tra la continuità che è appena finita e quella che sta per iniziare. Nella prima reale fase di discontinuità del paradigma classico, che Eisenman individua nella fine del post-moderno, è la decomposizione lo strumento che gli permette di attivare l’assenza.

Il core del volume è il saggio che porta lo stesso titolo. La fine del classico tira le fila dell’intero ragionamento, ricostruendo il processo attraverso le tre parole chiave già affrontate (rappresentazione, ragione e storia), intese comefiction – ovvero come narrazioni – che si sono succedute nella storia. Abbiamo già sottolineato come la classicità pre-industriale si fondasse interamente sulla rappresentazione di ciò che era considerato portatore di valore, come sempre fosse alla ricerca di modelli. Questa condizione è stata rotta solo dal movimento moderno che, attraverso l’astrazione, ha abbandonato l’idea di modello da rappresentare solo per cadere nella seconda fiction, quella della ragione. Il mito della forma generata dalla funzione non fa che saldare ancora più strettamente il rapporto tra segno e significato, richiudendosi su se stesso. La rottura della narrazione della ragione arriva con il post-moderno, che si trova però avvolto in un altro loop, quello della storia. Non esiste altro modo, per spezzare il ciclo, che quello di introdurre un nuovo paradigma, analizzato nel saggio di chiusura: il paradigma della non-linearità. Quest’ultimo scritto ha un carattere pronunciatamente programmatico: discontinuità, ricorsività e assenza sono gli strumenti del nuovo paradigma, il cui risultato non può che essere un’architettura del frammento, decostruita.

Questa raccolta di saggi acquisisce valore, a mio avviso, quando letta come programma progettuale: la scrittura per Eisenman non è un processo descrittivo o metanarrativo, ma un azione di progetto. È chiaro che, dal punto di vista storiografico e storico, molte sono le critiche che si potrebbero muovere alla divisione per macrotemi che Eisenman compie per riscrivere la sua storia dell’architettura. Infatti se alcuni nodi concettuali evidenziati da Eisenman costituiscono un effettivo ponte dal rinascimento al post-mo, altri sono stati, a mio avviso, cerniere rivoluzionarie nei cambi di paradigma: in particolare i temi del significato e del modello hanno costituito i punti di maggiore frattura tra mondo moderno e quanto lo aveva preceduto. E certamente anche Eisenman ne è consapevole, tanto che nella sua famose serie di case, ed in particolare nella House X, le variabili messe in gioco sono appunto il modello, inteso sia come prototipo che come rappresentazione, e le sue possibili variazioni di significato rispetto all’oggetto rappresentato. Ma che senso avrebbe fare una lettura in chiave dell’attendibilità storiografica di un manifesto? Perché in fondo è di questo che si tratta, il manifesto del paradigma della non-linearità.

Ciò che mi interessa de La fine del classico non è tanto il contenuto, quanto il metodo. Eisenman rilegge i maggiori movimenti della storia in maniera operativa: a lui interessano gli aspetti sintattici che sono stati prodotti nel corso dei secoli, non la loro rilevanza semantica. La scrittura non gli serve solo per produrre, ma prima di tutto per comprendere: concentrandosi solo su alcuni aspetti significativi di ciò che studia, è in grado di darne letture diverse e nuove. Il processo di generazione dell’architettura del nuovo paradigma è un diretto derivato di questa operazione di rilettura: è la sintassi della contemporaneità.

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