Cap V: TADAO ANDO-Il Rimprovero Di Gertrude

Nell’Amleto di William Shakespeare, 1603, così ebbe modo di esprimersi la Regina di Danimarca rivolgendosi al ciambellano di corte, Polonio: “More matter with less art”(2.2.95, Amleto, di W. Shakespeare) – Più sostanza, con meno arte -.

Questo richiamo al cosiddetto anti-ciceronianismo, al rifiuto della vuota amplificazione retorica delle parole e di tutto ciò che può esser una vuota magniloquenza, può forse diventare ancora di più oggi un monito per l’architettura e il progettare contemporaneo?

L’arte-architettura del maestro giapponese Tadao Ando potrebbe ingannare l’osservatore per l’uso “brutale” che viene fatto del materiale principale delle sue opere, il calcestruzzo, ma al tempo stesso potrebbe stimolarlo e portarlo a riflettere sul perché di questo singolare e “ripetitivo” utilizzo.

Non si può dimenticare la specificità del contesto in cui l’autore nasce e si muove, cioè quel Giappone profondamente lacerato dal Secondo dopoguerra, dove impera una pressante angoscia prodotta dalla visione del vuoto. L’incessante e rapida crescita economica intrapresa dal Paese e una forte crescita urbana e suburbana della popolazione hanno di fatto contribuito alla perdita dei valori condivisi dalla collettività, come il vecchio sistema familiare feudale. Viene a mancare inoltre uno dei tratti più caratteristici dell’architettura tradizionale giapponese: quell’intimo rapporto con la natura e con il mondo esterno.

L’atteggiamento di Ando davanti allo sviluppo delle megalopoli contemporanee confluisce verso un rifiuto di tipo culturale, non ideologico. L’architetto accetta la dura realtà della società industriale e postindustriale e al tempo stesso valorizza le condizioni materiali della modernità. I muri in calcestruzzo armato, che implicitamente richiamano la società moderna, individuano “spazi che consentono l’affermarsi dell’individualità nonostante la crescente standardizzazione della società circostante” in una duplice visione a circoscrivere il caos urbano da una parte e configurare uno spazio “primitivo” dall’altro. Il muro è inteso quindi come elemento che caratterizza una ricerca orientata verso il “silenzio” della forma, opposta al frastagliato e chiassoso consumo della realtà moderna. Si riscontra un atteggiamento di critica verso la modernità che però è considerata valida e significativa per la cultura contemporanea.

Ando, osservando l’evoluzione della tecnica nella realizzazione degli edifici, sottolinea la perdita assoluta del significato originario che avevano gli elementi verticali.

“Lo sviluppo sconsiderato e le condizioni di affollamento che caratterizzano le moderne città del Giappone rendono l’ipotesi di liberare lo spazio e ripristinare le relazioni tra interno ed esterno ricorrendo all’armamentario dell’architettura moderna un puro sogno. Al giorno d’oggi il compito è di costruire muri che separino radicalmente l’interno e l’esterno” . (T. Ando, The Wall as Territorial Delineation, in “The Japan Architect”, 254, giugno 1978)

Si tratta di una ricerca di senso di ciò che un muro dovrebbe essere e dovrebbe rappresentare nella sua più ampia accezione.

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“Essi proteggono un interno mentre riflettono i mutamenti che accadano nel mondo naturale, consentendo così alla natura di entrare a far parte delle esperienze quotidiane della vita domestica. Producendo l’evidenza del limite, le murature rivelano la solidità della casa”. (T. Ando, The Wall as Territorial Delineation, in “The Japan Architect”, 254, giugno 1978)

Si ricerca uno spazio racchiuso da muri “materici”, solidi, all’apparenza pesanti, capaci di essere al tempo stesso negati e astratti. Secondo l’architetto il calcestruzzo è il materiale che meglio si presta a creare spazi modellati dalla luce del sole, dal vento e dall’acqua, che può essere trattato in superficie in modo da farlo apparire omogeneo e leggero, modellatore di piani e di superfici.

Lo spazio accoglie la vita, generando una dimensione nella quale è possibile “l’armonizzazione di percezione e associazione” come afferma Ezra Pound, un luogo al quale si tenta di attribuire una valenza simbolica, proprio come accade nelle case del tè. Un luogo che diventa tale non in quanto spazio universale e definito, ma soltanto se relazionato con il shintai, il corpo nella sua più alta concezione, che non distingue “mente” e “corpo”, ma che, dalla sua profonda unitarietà, è in grado di recepire e quindi di reagire al mondo che lo circonda. Una visione tale da rendere interdipendenti il mondo percepito dai sensi e la condizione del corpo. Accade che “il corpo articola il mondo, ma al medesimo tempo ne viene a sua volta articolato” (T. Ando, Shintai and Space, in Architecture and Body, New York, 1988). Lo spazio percepito non è il risultato di una visione consolidata, unica, geometricamente definita, bensì il frutto di un’osservazione compiuta da diversi punti di vista , seguendo i diversi movimenti del corpo “shintai” , è una visione dinamica e personale nella quale anche i fattori naturali – luce, pioggia, vento – intervengono contribuendo a variare le condizioni in cui si compie l’osservazione. Ne consegue un’architettura dal forte carattere, sostenuta da un “ordine” proprio, reso possibile da una commistione, mescolanza tra materialità architettonica e fattori immateriali quali la storia, la cultura e il clima di un luogo.

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Casa Azuma a Sumiyoshi, Osaka, realizzata tra il 1975 e il 1976 riesce a sintetizzare al meglio le intenzioni del suo progettista. Costruita nel centro della città di Sumiyoshi, è compressa e incastrata tra un groviglio di strade e case tradizionali in legno che ancora connotano quel sobborgo. L’impianto è longitudinale e simmetrico, organizzato in due nuclei su due piani disposti ai margini del volume edificato e separati da un ambiente centrale a tutta altezza, quest’ultimo attraversato da una passerella a sezione trapezoidale. L’ingresso, collocato lungo il lato corto dell’edificio, di dimensioni abbastanza contenute, allude con la propria oscurità ad una profondità spaziale non rivelata dalla parete massiccia di calcestruzzo che lo sottende. L’intera superficie che delimita lo spazio è di calcestruzzo, una superficie lucida, segnata con regolarità dai profili delle casseforme. La composizione e l’organizzazione degli ambienti è rivolta alla ricerca di una continuità degli spazi, scanditi da intervalli sincopati, capaci di annullare la differenza tra interno ed esterno: “è l’occasione che consente di possedere un frammento della natura, di una natura non artificiale né manipolata” (T.Ando, Introduction, in Tadao Ando. Buildings, Projects, Writings, New York, 1984), rendendo la vita più dura, ma al contempo più vera , partecipe al variare delle stagioni. Tadao Ando, seguendo la tradizione giapponese, ricerca la dimensione interiore dell’uomo in un rapporto costante tra interno ed esterno, raggiungibile soltanto in un nuovo centro spirituale, un momento in cui “gli oggetti smarriscono le proprie apparenze e rivelano caratteristiche individuali e fondamentali” (casa del thè, casa di Azuma).

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Una ricerca che riprende e attualizza ancora una volta la necessità dell’architetto di modelli e regole universali per un’architettura universale, un paradigma che l’abate Marc-Antoine Laugier tre secoli prima avevo identificato nell’archetipo della “capanna primitiva”. La capanna primitiva determina un luogo riconoscibile, delimitando un interno e un esterno, istituendo un recinto e instaurando un rapporto proprio con il suolo. Una visone dell’architettura ancorata ad un antico ritorno alle forze naturali, un’architettura che trae dalla natura le proprie componenti razionali, un “libro” da cui attingere regole e principi razionali da immettere nella composizione, e che lo stesso Ando a suo modo utilizza nella sua architettura. Una costruzione quella di casa Azuma costituita da un semplice involucro scatolare – modernista – ma capace di trarre il suo vero e intimo significato attraverso un gioco di composizioni e complessità. Un articolata complessità degli spazi interni resa possibile da una natura penetrante all’interno dell’abitazione – come “ritagli della realtà esterna, come “frammenti” che evocano la pienezza della natura (T. Ando, From Self-Enclosed Modern Architecture Towards Univesality, in “The Japan Architect, 301, maggio 1982)– dove il muoversi e il camminare degli abitanti, gli accadimenti della vita, arricchiscono lo spazio trasformandolo in “luoghi”, in “spazi fondamento per il sentimento” (T. Ando, A Wedge in Circumstances, in “The Japan Architect”, 243, giugno 1977).

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Una natura che diventa quindi “elemento da costruzione” per l’architettura e capace di trasformare quei monotoni ambienti urbani contemporanei in luoghi dove sia possibile riappropriarsi della propria immaginazione e scoperta. Così l’architetto Tadao Ando a proposito del suo lavoro: “Ciò di cui mi preoccupo non è produrre forme interessanti, bensì della qualità spaziali delle forme” (T. Ando, Shintai and Space, in Architecture and Body, New York, 1988).

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