Cap V:NORMAN FOSTER- Il Pendolo

Gli anni ’70 si aprono all’insegna delle trasformazioni sociali e culturali innescate dai movimenti di massa avvenuti nel 1968 e si sviluppano attraverso la nascita del personal computer.
L’architettura di quel periodo recepisce queste istanze in due modi: da un lato si ricerca la libertà attraverso la flessibilità, dall’altro si assiste all’intensificarsi del rapporto tra produzione industriale e lessico espressivo.
Ultima conseguenza della flessibilità è la possibilità dell’edificio di di adattarsi nel tempo a differenti funzioni, per fare ciò però forma e funzione non possono più essere correlate.
Il movimento High-Tech, che deve il suo nome dal libro di Joan Kron e Suzanne Slesin del 1978 “High-Tech: The industrial Style and Source Book for The Home” vede tra i suoi più importanti esponenti Norman Foster.
L’importanza dell’architetto inglese è legata all’interpretazione del rapporto tra tecnologia e architettura, tra forma e struttura, dall’approccio sostenibile che, tutt’ora in evoluzione, caratterizza sin dall’inizio della sua carriera le sue opere.
Molti architetti possiedono una cifra stilistica evidente che, utilizzata a seconda delle circostanze, permette di ottenere architetture immediatamente identificabili.
Per Foster non è così, certo i suoi progetti sono accomunati dall’attenzione al particolare, dalla alla ricerca della funzionalità, da una spiccata attitudine all’utilizzo delle nuove tecnologie, ma quello che li accomuna non risiede nella soluzione formale, ma nel metodo.
Il metodo consiste nell’esame dei requisiti del luogo e questo significa andare andare nel posto e viverlo, inquadrarlo con la “macchina fotografica umana” [1]come dice lui stesso.
Il metodo consiste nella ricerca di andare oltre le esigenze del cliente, di cercare soluzioni più rispettose degli aspetti sociali, ecologici ed economici.
Il metodo sta nella lezione di Van der Rohe e Fuller: “fare più con meno, creare strutture più forti con una minima quantità di materiali.” [2]
Sarebbe tuttavia sbagliato pensare che per Foster il problema estetico non sia centrale, “mi preoccupo intensamente delle apparenze, ma non ritengo che l’apparenza sia una questione di cosmesi…Ciò non significa che solo perchè qualcosa è fortemente ispirato alla natura diventerà automaticamente bello. Sulla pista dell’aeroporto di Heathrow è possibile guardarsi intorno e vedere alcuni tra i più brutti bestioni che volano sopra la nostra testa. Dipende dal modo in cui i progettisti hanno interpretato quelle forze e quelle pressioni. Questo è il punto di partenza.” [3]
Questa attenzione alle specificità e alle singolarità è solo apparentemente in contraddizione con una architettura che fa della flessibilità e della trasformabilità uno dei suoi pilastri.
All’interno di questo approccio la tecnologia ha sicuramente un ruolo rilevante, ma tecnologia non significa dotare l’edificio di gadget, essa è connaturata alla natura stessa del progetto, delle cose.
Per Foster “la tecnologia è un mezzo per conseguire un fine. La tecnologia non è una novità, ci circonda da quando esistiamo come specie…essere usciti dalle caverne, aver costruito una dimora è una conquista tecnologica che deve ancora essere superata”.[4]
La tecnologia è l’arte di costruire le cose, l’alta tecnologia ha invece a che fare con la prestazione.
Soprattutto è significativa l’evoluzione dell’approccio all’idea di tecnologia:
“La tecnologia evolve seguendo un movimento analogo a quello del pendolo…Nei luoghi caldi del pianeta, collocati al di fuori della fascia climatica temperata, è stata creata una architettura fatta di ombre, colonnati e cortili: anche questa è una acquisizione tecnologica. Ad un certo punto della storia disponevamo di energia a basso costo, di climatizzazione e refrigerazione. Oscillando, il pendolo della tecnologia genera una sorta di soluzione universale che sembra rendere vani questi antichi accorgimenti, dal momento che possiamo ottenere gli stessi risultati con una superficie di pareti a grata e pompando aria fredda. Ma ora il pendolo si sposta verso una posizione mediana, prevale il buon senso e si ridefiniscono le priorità.” [5]
Negli anni ’70 il pendolo era lontano dalla posizione mediana cui aspira oggi, ma il suo moto si era già reinderizzato; la Dymaxion hause di Fuller, la prima low-energy house della storia, lo aveva invertito.
Questo è evidente fin dai primi progetti di Foster.
Nel progetto del IBM Pilot Head Office (1970-1971) l’architetto accetta la sfida di realizzare un edificio di alta qualità con il budget di spesa previsto per un edificio temporaneo.

Si tratta di una struttura per il terziario destinata a contenere 1000 persone. L’edificio, a pianta rettangolare con il lato lungo di lunghezza doppia rispetto a quello corto, realizzata in acciaio leggero ha una superficie di quasi 11.000,00 mq. e si sviluppa su un unico piano.
In pianta gli spazi di servizio, i locali per i computer e la mensa sono collocati lungo il lato lungo e si sviluppano per una profondità pari a circa un terzo del lalto corto, i restanti due terzi sono occupati da un enorme open-space destinato agli uffici che prevede delle compartimentazioni che possono essere modificate a seconda delle esigenze.
L’involucro in vetro riflettente è studiato in modo da permettere ai dipendenti di mantenere il contatto visivo con la natura circostante.
L’utilizzo di un sistema di assemblaggio modulare, porre gli impianti di servizio sulla copertura, fare scendere i fili all’intendo di colonne cave di acciaio sono soluzioni che permettono non solo una significativa riduzione dei costi ma soprattutto una grande flessibilità degli spazi. Curiosamente si tratta del primo edificio del suo genere ad inglobare all’interno gli spazi per i computer fino ad allora collocati in edifici separati. La struttura, la cui costruzione doveva richiedere 18 mesi è stata completato in anticipo ed è ancora, dopo 25 anni, pienamente funzionate.
Il progetto per Willis Faber & Dumas Office (1973 – 1975) persegue due finalità principali, da un lato garantire al committente una struttura flessibile e funzionale, dall’altro dare un contributo al centro storico di Ipswich.

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Attraverso questo progetto Foster non cerca solo di creare un edificio per il terziario funzionale, ma persegue un obbiettivo più ambizioso, creare un nuovo stile di vita per i lavoratori.
L’edificio inoltre è l’occasione per sperimentare un nuovo livello di connessione tra la struttura e il tessuto urbano attraverso la commistione di differenti funzioni.
Si tratta di un organismo edilizio su quattro livelli comprendente un atrio di ingresso attorno a cui si sviluppano due piani di uffici openspace di circa 600 mq. ciascuno e che connette l’ingresso con il ristorante collocato all’ultimo piano dell’edificio. La struttura è completata dalla piscina olimpionica, il bar e la palestra al piano terra. La commistione tra finzioni private ed aperte al pubblico, tra lavoro e ricreazione fanno della sede di Willis Faber & Dumas un modello di sviluppo sociale.
L’edificio ha un andamento ondulato che segue lo sviluppo naturale del lotto ed è caratterizzato da un sistema di rivestimento in vetro tenuto sospeso da colonne. I vetri riflettenti durante il giorno, diventano trasparenti di notte permettendo la vista dell’interno dalla città.
Il più significativo edificio della produzione di Foster degli anni ’70 è il Sainsbury Center of Visual Arts and Crescent Wing (1976-1977).
Si tratta della sede per la collezione d’arte privata donata alla University of East Anglia. Il progetto è caratterizzato da una struttura a singola campata di 35 ml per un’altezza di 7,5 ml chiusa con strutture vetrate alle estremità che racchiude tutte le funzioni in un’unico spazio flessibile.
Quando Foster portò Fuller a vedere l’edificio l’architetto americano fece una domanda cui non seppe rispondere : “quanto pesa il suo edificio Sir Norman?”. [6]
Tornato in studio dopo due settimane riuscì a calcolare il peso preciso dell’edificio ed ebbe una grande sorpresa: ” mi accorsi che le parti più pesanti dell’edificio erano quelle meno riuscite, quelle che funzionavano peggio.” [7]
L’insostenibile leggerezza della flessibilità.

 

Bibliografia
Saggio A., Architettura e Modernità. Dal Bauhaus alla Rivoluzione Informatica, Carocci, Roma, 2010
Bradaschia M., La Costruzione dell’Architettura, LetteraVentidue, Palermo, 2014
Lopez Amado N., Carcas C. Quanto pesa il suo edificio mr Foster, Feltrinelli Real Cinema e Biografilm Collection, Milano 2013
Paweley M., Norman Foster. Architettura globale, Rizzoli editore, Milano, 1999
Leoni G., Norman Foster, Motta Architettura, Milano, 2008

Note
[1] Cit. Norman Foster da Quanto pesa il suo edificio mr Foster, Feltrinelli Real Cinema e Biografilm Collection, Milano 2013
[2] Cit. Norman Foster da Quanto pesa il suo edificio mr Foster, Feltrinelli Real Cinema e Biografilm Collection, Milano 2013
[3] Cit. Norman Foster da Quanto pesa il suo edificio mr Foster, Feltrinelli Real Cinema e Biografilm Collection, Milano 2013
[4] Cit. Norman Foster da Quanto pesa il suo edificio mr Foster, Feltrinelli Real Cinema e Biografilm Collection, Milano 2013
[5] Cit. Norman Foster da Quanto pesa il suo edificio mr Foster, Feltrinelli Real Cinema e Biografilm Collection, Milano 2013
[6] Cit. Norman Foster da Quanto pesa il suo edificio mr Foster, Feltrinelli Real Cinema e Biografilm Collection, Milano 2013

Immagini
[Imm. 1-10] http://www.fosterandpartners.com/

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