Cap V:MASSIMO SCOLARI- Dopo La Modernita’. “Archeologia Contemporanea”

Se accettiamo che il termine “architettura postmoderna” indichi l’affermazione di un atteggiamento, di una serie di principi e di interessi ricorrenti piuttosto che il carattere chiaro, univoco e formalmente determinato di una nuova architettura, affermiamo al contempo che dentro il post modernismo si possa far rientrare una grande varietà di linee di pensiero e di sperimentazioni artistiche.

È il termine stesso, infatti, a non indicare l’avvento di una nuova avanguardia, ma a porsi piuttosto, in negativo, come fine o superamento della modernità: in questa prospettiva non sarebbe forse scorretto pensare di esserci, in qualche misura, ancora dentro.

Pur ammettendo l’assoluta eterogeneità del movimento, non si può negare, come già accennato, che ci siano aspetti comuni a tutta l’architettura post-moderna, tra i quali, i due principali: il ritorno alla storia e (ad uno sguardo più attento intimamente legato al primo) il rapporto centrale dell’oggetto architettonico con il suo “contesto”. Ciò che si dichiara finita quindi è l’idea di un’architettura forzatamente nuova, scevra da ogni contatto con le tradizioni, assiomatica al punto da poter trascurare ogni tipo di condizionamento dovuto alla specificità di luoghi e culture, decisa al punto di poter dare origine ad un’estetica rivoluzionaria e ad un nuovo modo di vivere l’esistenza.

La nuova epoca si pone invece come inclusivista, aperta e libertaria (A. Saggio, Architettura e modernità), tesa a dar voce ad una disincantata critica piuttosto che ad una positivista annunciazione, interessata al quotidiano piuttosto che all’eterno, allo specifico piuttosto che al globale, alla memoria piuttosto che all’oblio della tabula rasa.

A seguito di queste dovute premesse, può risultare più chiaro come il tema archeologico, in epoca postmoderna, caratterizzi diffusamente la cultura architettonica. Ed è su questo punto che vorrei soffermarmi facendo dei distinguo in grado di mettere in luce le differenze che animano il complesso e variegato mondo della post modernità e di cui ancora oggi sopravvivono gli eredi.

L’interesse rivolto all’archeologia è emblematico del ritorno alla storia in termini non filologici. Dichiarare la fine della storia o, ancora meglio, la fine dell’idea di progresso, presupposto tipico del pensiero postmoderno, induce ad un ripensamento del passato inteso come corpus unitario, operativamente valido in tutte le sue manifestazioni, anche le più distanti dalla contemporaneità: un metodo, si potrebbe dire, piranesiano.

Il più noto degli atteggiamenti, quello più propriamente “postmoderno” (ponendosi in conformità con la definizione filosofica del termine) è quello che vede nell’archeologia l’occasione per un allontanamento dalla realtà, un rifugio intimo, ricco di repertori a cui attingere tendendo verso un’invenzione libera ed anarchica, citazionista e frammentaria. Abbandonata la fiducia in una narrazione politicamente e filosoficamente sintetica, che funga da legittimazione del pensare o dell’agire in termini di progresso e di emancipazione, ciò che rimane è il passato che, se non può essere distrutto, perché la sua distruzione porterebbe al silenzio, deve essere rivisitato, a rigor di logica, con ironia e senza innocenza. Siamo dentro un’operazione che, in prima istanza si rivela critica e priva di scopo, se per scopo s’intende la formulazione di un nuovo ed unitario paradigma del reale. All’interno di questo orizzonte risulta chiaro come la ricerca dell’architetto sia rivolta principalmente alla questione della forma.

Rituale diviene la puntigliosa indagine delle leggi costitutive della forma. Del resto, un’«integrità» senza scopo, e per di più senza sbocchi sociali, non può non colorarsi di mistico. Il rigore delle «parole» confina con il «frivolo»: non a caso, esso viene sempre più consegnato al solo disegno. L’astinenza professionale cui, per ragioni oggettive e soggettive, tale generazione sembra condannata, sollecita viaggi della ragione ai confini del lecito […] Manfredo Tafuri, Storia dell’architettura italiana 1944-1985 (cap X: Il rigorismo e l’astinenza. Verso gli anni ’80)

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Il contraltare a questa tendenza architettonica e ad essa coevo, è uno sguardo al passato finalizzato alla ricerca delle costanti, al riconoscimento di una permanenza in grado di restituire il senso di una totalità anche all’interno di una molteplicità di esperienze, temporalmente distanti ma costitutivamente analoghe. In questa prospettiva il frammento non è utilizzabile come citazione, come essenza dotata di un’autonomia formale che nella contemporaneità si fa portatrice di valori simbolici; l’interesse è piuttosto rivolto alla lacuna che il frammento determina, chiamando una necessaria operazione di ri-contestualizzazione. In presenza di un frammento proveniente dal passato l’epoca contemporanea è chiamata a reinserire la parte all’interno di un sistema di relazioni che al frammento possa donar senso nuovo. L’archeologia torna ad essere architettura. È evidente come all’interno di questo processo, il progetto occupi una posizione di centralità: è lettura delle stratificazioni del tempo, espressione di un sapere operativo, processo teso a rintracciare i nessi tra condizioni imposte (dal luogo, dal materiale, dal tempo) e soluzione formale che ne deriva. Ed è proprio questa la lezione che può venire dal mondo antico: la sostanza dell’architettura è individuabile nel rapporto di necessità che lega l’attività dell’uomo ad un territorio e alle sue risorse, le tecniche alle forme e il loro potere simbolico al senso della durata e dell’appartenenza collettiva.

Lo sguardo al passato non è viaggio onirico attraverso il tempo, non è scollamento dalla realtà, ma è, in maniera esattamente speculare, ritorno alla concretezza, riappropriazione del mestiere, riconoscimento di leggi esterne o universalmente umane. Un atteggiamento che, senza dubbio, prende avvio dal clima di “rifondazione”, nato con la ricostruzione nel periodo post bellico, ma che negli anni ’70 e ’80 assume un respiro più ampio, identificando una linea di ricerca che non appare più come moralistica soluzione contingente ad una crisi storica, ma che si propone invece come “metodo” i cui orizzonti di validità travalicano i confini di una particolare contestualizzazione temporale.

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A partire da presupposti culturali e punti di osservazione comuni, si definiscono, nella post-modernità risposte profondamente diverse, quasi alternative l’un l’altra: una lettura complessiva di questi fenomeni ed il tentativo di costruire tra di loro un confronto, delinea un quadro che ne dichiara la reciproca necessità, che lascia emergere la ricchezza di una complementarietà che costituisce il complesso statuto del sapere architettonico.

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