CAP. IV: SERGIO MUSMECI-L’incognita della forma

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Occuparsi oggi delle sovrapposizioni e delle interrelazioni tra sistemi biologici e artefatti antropici vuol dire scontrarsi spesso von il pregiudizio che gli ultimi siano una riproposizione formale dei primi. È un pericolo effettivo, al quale si può sfuggire spostando l’oggetto di studio dall’assetto formale finale dell’artefatto antropico al suo processo compositivo. Uno slittamento dell’attenzione che può sembrare semplice, ma risulta a tutti gli effetti sostanziale: un cambio di prospettiva che permette di rileggere la forma sotto una nuova lente. Rintracciare nella storia episodi virtuosi di un simile atteggiamento è tanto più difficile quanto più indietro ci si spinge a cercare. Una delle figure che ha compiuto questo slide concettuale sul tema della forma è certamente Sergio Musmeci.  Se alcune delle sperimentazioni sull’assetto strutturale delle sue architetture erano state precedute da Gaudì, il processo mentale nella progettazione di Musmeci è stato assolutamente rivoluzionario, ribaltando il metodo tradizionale. L’analisi non partiva infatti dal dimensionamento di morfologie astratte o semplificate ma, al contrario, dalla ricerca della forma migliore per la trasmissione delle forze. Un metodo molto simile a quello che oggi i progettisti i cui processi generativi sono fortemente influenzati dal digitale chiamano form-finding: un metodo progettuale che esplora la tendenza del materiale ad auto-organizzarsi in relazione all’azione di particolari influenze esterne e alle caratteristiche intrinseche della materia stessa. Chiunque abbia avuto a che fare, anche in maniera tangenziale, con simili processi di progettazione ha ben chiaro che non si tratta semplicemente di una trasposizione analitica di meccanismi naturali in assetti formali. Si tratta al contrario di processi creativi che pongono in progettista in una posizione di rilievo nel rapporto tra scienza, struttura e natura: un ruolo in cui la creatività è lo strumento che permette l’adattamento dei principi naturali all’artefatto antropico. Un simile approccio è oggi molto facilitato dall’impiego di software appositi ma quando, nel 1967, Musmeci iniziò a progettare il suo celebre ponte sul Basento, i suoi metodi progettuali erano ancora di tipo analogico.

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La forma del ponte deriva dagli studi effettuati su modelli che possono ammettere soltanto sforzi di trazione, come le membrane di gomma e i film di sapone e la struttura realizzata, costituita da una membrana in cemento armato a compressione uniforme, di trenta centimetri per tutto il suo sviluppo, presenta una linea fluida e continua tra i piloni di appoggio e le “ali” di sostegno dell’impalcato. La ricchezza del progetto, costituito da una forma organica, continua, articolata, rivela ad un tempo la sua naturalezza e la sua complessità: come tutti gli artefatti antropici elaborati a partire dall’evoluzione di processi naturali manifesta un’articolazione elaborata che non risulta mai gratuita e appare spesso compiuta. La straordinaria spazialità che risulta tra la membrana strutturale continua e l’impalcato superiore descrive un ambiente plastico di estrema modernità.

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Un altro esempio in cui lo studio dei processi di formazione naturali è ancora più evidente è la progettazione della copertura della chiesa del villaggio del sole a Vicenza. La struttura della copertura è modellata sulla “spira mirabilis”, ovvero la spirale meravigliosa – così definita nel XVII secolo dal matematico J. Bernoulli, e che consiste in una figura geometrica presente in natura, che può però essere decritta attraverso geometrie logaritmiche relativamente complesse. Seguendo questa struttura la cupola presenta un sistema di tensioni variabili che sono però armonizzate tra loro creando un sistema statico affidabile e dinamico.

Guardare oggi al lavoro di Musmeci ci consente non solo di apprezzarne l’ingegno e la qualità spaziale, ma di comprendere come i processi di generazione della forma contemporanea non siano un “capriccio digitale”, ma rappresentino invece sistemi progettuali che sono espressione di un vero salto cognitivo.

 

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