CAP. IV: GIOVANNI MICHELUCCI-cento anni

 “Io seguo con interesse la vita dei carcerati, degli ospedali, delle zone più buie , perchè ho un gran desiderio di arricchirmi di certi fatti che sono fondamentali nella mia formazione anche a 100 anni. Sembra strano, anche a cento anni c’è ancora un germe, c’è ancora qualcosa in vita che spinge a capire noi stessi per capire gli altri! “- G. Michelucci

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Sono solamente due i giorni che separano Michelucci dall’aver vissuto un secolo nella sua completezza. Non un secolo qualsiasi, un secolo nel quale tempo ed eventi sono in un rapporto assolutamente squilibrato, un secolo  talmente denso di fenomeni  da essere definito dal celebre storico Eric Hobsbawn “il secolo breve”.

Alla fine dei suoi giorni Michelucci scrive: “ Chi arriva ad una certa età come la mia, viene definitivamente catalogato. Ma nessuno può rassegnarsi ad essere catalogato. Tanto meno io, che ho cercato di dare alla mia vita il senso del dubbio, della crisi, dell’imprevedibilità”.

Qual è dunque il segno lasciato dal secolo breve, dal tempo, in questa personalità? Ma soprattutto, qual è il segno lasciato da Michelucci al secolo breve, ma soprattutto a chi si approccia alle sue architetture oggi?

Giuseppe Ungaretti, suo coevo, scriverà “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, proprio a sottolineare l’orrore dei tumulti, della trincea, la caducità della vita. In un unico termine il dolore.

Il dolore è un elemento che investe la vita di un senso particolare.  Il dolore può essere trasformato nel suo opposto, e, come scrive lo stesso Michelucci può divenire amore per il prossimo.

Amore pienamente leggibile nelle sue opere, immerse di poesia e sensibilità,immense, ma, sopra ogni cosa, colme di rispetto per natura e dignità umana.

In un lampo siamo ai piedi del monte Toc.

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Il sereno è spezzato dalla potenza di un ricordo: è il 1963 quando Longarone, un paese della valle Bellunese,  viene in pochi attimi inghiottito da una incontrollabile cascata d’acqua. Acqua, fango, devastazione.  La tragedia del  Vajont ha distrutto ogni cosa, trascinando in un vortice buio tutto quel che esisteva. Ma se è vero che il dolore può trasformarsi nel suo opposto, anche la fine, in questo caso, è stimolo per una rinascita.

Michelucci contempla il paesaggio, la natura, intessendo una relazione intima, indispensabile tra progetto architettonico e contesto. Ed è proprio il contesto che suggerisce un nuovo inizio.

L’architetto schizza, immagina e concepisce un imponente impianto circolare, scavato nella terra come una conca, quasi a richiamare una dolina, un bacino. La mossa di Michelucci è arditissima, non solo richiama l’elemento dell’acqua nella sua opera, ma è in grado di ribaltarne la percezione, riportando l’elemento ad essere visto come creatore e non distruttore.

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Tutto rappresenta una rinascita, una rigenerazione. L’impianto circolare è come avvolto da un guscio, che sembra crescere con una tensione propulsiva verso l’alto, da terra a cielo, abbracciando l’interno della chiesa ed inglobando l’intorno.

Il sistema è volumetricamente concepito come la sovrapposizione di due elementi semiellittici, l’aula liturgica, la cui atmosfera è definita dalla luce soffusa e radente che penetra dalle bucature quadrate, sottratte dal volume a ridosso dell’intersezione tra i due elementi, che va a sfumare sulle panche rivestite in legno e sulla pavimentazione, ed il secondo sorprendente elemento: un anfiteatro a cielo aperto, copertura dell’aula liturgica ma soprattutto, per stessa definizione di Michelucci “esaltazione della vita”.

L’anfiteatro è costituito da un piano inclinato, che quasi ricorda una piazza pensile, che si apre verso il Vajont, verso il paesaggio circostante, assorbendolo,inglobandolo,  ma soprattutto è indirizzato verso un insieme di frammenti, schegge, segni a memoria della tragedia conservati come reliquie.

E’ proprio in questo particolarissimo punto che Michelucci trova perfetto equilibrio tra necessità umana e necessità collettiva, nel pieno rispetto per la dignità dell’uomo. E’ il punto di fusione tra la necessità di quel di cui si ha bisogno e di chi si è, punto che sottolinea come l’architettura debba essere strumento di colloquio e presenza con i propri simili, e non pura affermazione di potere ed autocelebrazione.

L’anfitratro a cielo aperto diviene contemporaneamente luogo di incontro e memoria, tetto della chiesa, tetto del mondo.

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Il campanile chiude la composizione ponendosi a contrasto per mezzo dei materiali utilizzati, e contribuisce con la sua forma sinuosa a tendere l’edificio sacro verso l’alto.

In questo organismo architettonico forma e struttura trovano piena coincidenza risultando impetuosamente plastici, rispettando, come sostenuto da Ludovico Quaroni nelle sue parole verso Michelucci“L’integrazione strutturale ad altissimo livello tra le diverse componenti, tentando di ricostruire semplicemente il modo tradizionale, artigianale, di progettare gli edifici”.

In Michelucci tutto sembra compenetrare. Struttura ed architettura, forma e natura, sostanza e spirito.

Ogni attività, ogni fatto naturale ed umano, ogni fenomeno è in grado di generare il sentore, la sensazione di una spazialità dove coesistono potenza e delicatezza, personalità dell’autore e rispetto per il fruitore.

Sembra quasi assurdo parlare di questo architetto senza trattare la chiesa dell’ Autostrada del sole. Ma ho incoscientemente deciso di farlo, lasciando però spazio ad un qualcosa di profondamente differente nella forma ma non nell’essenza : il sacrario per i caduti di Kindu.

Siamo nuovamente di fronte ad una tragedia, l’eccidio della 46 aerobrigata a Kindu.

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L’organismo architettonico sembra aver poco a che fare con le consuete architetture di Michelucci, così ponderate e particolari, lasciando quasi interdetti. Tuttavia  facendo attenzione agli schizzi è facilmente intuibile come il progetto abbia subito un insieme di variazioni dettate dalla necessità della committenza più che dalla volontà dell’autore, e come egli sia stato costretto ad abbandonare l’idea primitiva che lo rappresentava nel profondo.

Il sacrario si compone di un insieme di volumi  lineari molto rigidi, tagliati da ampissime finestrature continue che illuminano l’interno dello spazio, concepito in maniera unitaria ed articolato su due differenti livelli. L’aula, impostata il senso trasversale è un percorso obbligato che culmina in un parallelepipedo basso, rivestito in marmo nero, nel quale giacciono i corpi dei caduti,  ed è scandita da quattro sostegni trapezoidali che sostengono le travi in metallo che seguono l’andamento della copertura.

 

Se pur raffreddato stilisticamente, Michelucci non rinuncia comunque a cercare un rapporto tra staticità e dinamismo (volumi stereometrici contrapposti comunque all’idea di percorso suggerita all’interno della cappella votiva) e tra  contesto e spiritualità: la struttura, vicina all’areoporto di Pisa, non solo ricorda un hangar, ma apre alcuni scorci dai quali è possibile osservare la pista dalla quale partirono i caduti di Kindu e l’insieme spigoloso degli ammassi rocciosi a ricordo della tragedia.

La vicenda di Kindu è una testimonianza di come quell’equilibrio tra quel di cui il prossimo necessita e di chi si è risulta tanto fondamentale.

Il risultato è forse un Michelucci spogliato del proprio stile ma integro nella propria essenza, essenza da ritrovare, come scrive egli stesso nel“desiderio di nascere ogni giorno – dunque rinascere- e nascere ogni giorno con in noi il desiderio di lasciare, di poter lasciare un’impronta non di quello di cui si ha bisogno, ma di quello che si è, avendo a mente che la bellezza non è ciò che gli occhi vedono, ma ciò che lo spirito vede senza occhi”.

 

 

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