CAP IV: FREI OTTO- Spirito in Tensione

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L’aviatore dell’aeronautica tedesca Frei Otto dopo aver conosciuto la leggerezza delle ali venne catturato e fatto  prigioniero a  Chartres dove fu messo a capo di un team per ricostruire un ponte, ma il problema sembrava insormontabile, riparare grandi danni a fronte di una effettiva carenza di materiale disponibile, questa fu la prima occasione che lo portò a indagare strutture che ricorressero a quel minimo di materiale a cui chiedere il massimo dell’efficienza. Egli era nato in una famiglia che conosceeva a fondo le proprietà dei materiali, il padre e il nonno erano artisti della pietra e lui già da ragazzino era stato iniziato all’attività di scalpellino. Nel 1947, quando fu liberato, iniziò i suoi studi di architettura alla Technische Universitat in Charlottenburg durante la quale scoprì che la sua soluzione strutturale ideata nel campo di prigionia era una reale innovazione rispetto alle nozioni strutturali dell’epoca e nel 1952 iniziò una sistematica investigazione sul problema dei tetti sospesi coronata poi nella sua tesi di dottorato del ’54.[1]

Stadio olimpionico di Monaco di Baviera, 1969-72

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Già da questo breve resoconto di vita si intuisce da dove venga la sua attenzione alle proprietà dei materiali e alla loro espressività estetica che lo porterà ad essere col tempo la più autorevole fonte riguardo alle tensostrutture e nel campo del Form Finding. E’ particolarmente esemplare il Parco Olimpico da lui progettato nel 1972  a Monaco il quale  “si distende per 3 chilometri e prevede tra l’altro un lago artificiale […] L’idea di villaggio che ispira il progetto, viene caratterizzata architettonicamente da una grande tenda in tensostruttura che copre lo stadio e si estende anche alle aree circostanti” (Saggio) [2], proprio questo progettare come un villaggio sottolinea un livello di Frei Otto meno noto ai più che tocca la questione architettonica nelle sue diramazioni urbanistiche e che è una delle ragioni che sostanziano la vittoria del Pritzker Price nel 2015. In una lettera pubblicata dalla rivista “L’architettura: cronache e storia” egli indica con queste parole la necessità di una attenzione urbanistica degli architetti:

 

«Non vogliamo imitare i congressi del C.I.A.M., ma riteniamo indispensabile riprendere un processo continuo di discussione e riaprire il dialogo sull’architettura e sull’urbanistica […] Considerando gli immensi problemi che dobbiamo risolvere, è una vergogna che architetti e urbanisti si occupino di forme palladiane o, in genere, del “post-modem”. Dobbiamo analizzare le qualità estetiche che servono per la vita umana» (Frei Otto).[3]

 

Ad oggi i metodi da lui di fatto teorizzati negli anni novanta sono stati fortemente ripresi, in particolare dallo studio Zaha Hadid Archiects e applicati ad esempio per il Kartal-Pendik Masterplan a Istanbul (2006).

 

Sulle relazioni

Nel suo libro “Occupying and Connecting”, Frei Otto affronta diverse problematiche relative ai sistemi ottimali di connessione tra punti notevoli di un territorio. È interessante notare che tra gli argomenti puramente tecnici presentati nello scritto emergono questioni relative agli aspetti generativi conseguenti alle connessioni e relazioni stabilite tra punti come ad esempio l’osservazione che “i percorsi non solo connettono luoghi popolati ma stimolano nuove occupazioni, specialmente agli incroci e alle biforcazioni”[4], che sposta l’attenzione dalla questione del percorrere a quella dell’incontrarsi.

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Rappresentazione dello sviluppo dello hinterland di una zona portuale.
Altra questione topologica che solleva deriva da questa idea: nel campo della geometria euclidea sappiamo benissimo che il percorso più breve tra due punti è una linea retta, ciò è ovvio, ma che succede se devo connettere 100 punti tramite rette? Otterrei una fitta ragnatela frammentando drammaticamente il territorio e costruendo una trama in cui è difficilissimo orientarsi. Inoltre bisogna sottolineare che mentre un calcolatore adeguatamente potente può sia identificare i percorsi diretti che i percorsi minimi tra punti[5] nessun calcolatore avrebbe potuto immaginare la natura e le implicazioni della soluzione proposta da Frei Otto, i cosiddetti percorsi “minimizzati”.

«il sistema del percorso minimo comporta la più breve lunghezza e il miglior utilizzo [dell’energia], ma spesso comporta molte deviazioni. […] Un sistema deve quindi verificare come unire i vantaggi del percorso diretto con quelli del sistema a percorso minimo. [ … ] Se un percorso effettivo o pianificato è più lungo del percorso diretto, esso può assumere una varietà infinita di forme. [ … ] Questa diversità infinita ha il vantaggio di consentire qualsiasi adattamento a influenze secondarie, ma anche uno svantaggio; il sistema a rete con deviazioni minimizzate non può essere determinato univocamente e appartiene presumibilmente a un’area chiusa al calcolo.» (Frei Otto)[6]

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Wool Thread  model di Frei Otto, a sinistra i fili che connettono reciprocamente tutti i punti sul perimetro, a destra la minimizzazione di percorsi.

 

Difatti un computer tenderebbe a favorire i primi due sistemi in termini di efficienza, ma un essere umano può vedere oltre e comprendere la qualità emergente del terzo in quanto il sistema dei percorsi “diretti” implica un grande consumo di suolo e il sistema dei percorsi “minimi” risulta particolarmente rigido e non tiene in considerazione i rapporti tra coppie di punti ma solo i rapporti globali della specifica distribuzione di punti. Al contrario il sistema dei percorsi “minimizzati” si pone in una condizione intermedia tra questi due estremi rispettando da un canto tutti i rapporti tra coppie di punti e dall’altro canto fondendo il più possibile i percorsi per ridurre il consumo di suolo. Mentre i sistemi “diretto” e “minimo” hanno una soluzione univoca, il sistema “minimizzato” comporta molteplici varianti ugualmente sostenibili, spetta quindi al progettista interpretare il modello e scegliere la condizione che a suo giudizio è la migliore oppure indagare altre vie e questo metodo ha due importantissime implicazioni:

Primo: significa che le redini del processo sono in mano all’essere umano e non esclusivamente al calcolatore, inoltre questo approccio garantisce quella “adattabilità a influenze secondarie” che sono nell’ordine della sensibilità dell’essere umano e fuori dalla comprensione della macchina.

Secondo: Le persone che partono da luoghi diversi e hanno come obiettivo traguardi diversi condivideranno parte del percorso, condivideranno momenti di vita, potranno incontrarsi strada facendo e scambiarsi alle opportune condizioni idee e impressioni, il percorso diviene da strumento esclusivamente funzionale un effettivo strumento sociale.

Sull’influenza dei luoghi

Un altro sistema studiato da Frei Otto che oggi incontra un uso indiscriminato di deriva formalista, pur essendo un importante strumento di comprensione delle leggi naturali, è la tassellazione di Voronoi:

«la quale non solo riguarda modelli di frammentazione, effettivi frattali, come nell’argilla o nel basalto, ma anche distribuzioni  di gocce su superfici, ad esempio la formazione della condensa d’acqua o i granelli di polvere e sabbia.» (Frei Otto)[7]

Su questo argomento è noto il lavoro del medico epidemiologo John Snow che nel 1853 mappò la posizione delle abitazioni di vittime di un’epidemia di colera che aveva colpito Londra e attraverso il diagramma di Voronoi dimostrò che l’origine dell’epidemia era una pompa d’acqua che costituiva, rispetto a tutte le altre pompe, il centro di una cella di tassellazione includente le suddette vittime. Ad oggi questo metodo è usato persino per identificare le aree più promettenti per instaurare un’attività commerciale utilizzando informazioni incluse nei sistemi GIS (Geographic Information System); ne consegue che l’uso del Voronoi in termini esclusivamente formalistici e non funzionali svilisce la potenza di questo strumento analitico-geometrico.

La scelta dell’algoritmo risolutivo non può essere guidata da istanze di fascinazione, ma dalla profonda comprensione di quanto è sotteso all’utilizzo delle funzioni geometriche e alle implicazioni sociali, percettive, psicologiche derivate dalle scelte progettuali. A tal proposito mi colpisce molto una frase di Christopher Alexander del 1970:

«se volessi realizzare un fiore, non dovresti costruirlo fisicamente con le pinzette, cellula per cellula; lo faresti crescere dal seme. Se vuoi progettare un nuovo fiore, allora tu devi progettare il seme e lasciarlo crescere. I semi dello spazio sono modelli di linguaggio.» (Alexander)[8]

Per parafrasare Baricco, le città non hanno fine se si guardano le strade, è una tastiera infinita, è il pianoforte su cui suona Dio. Riconoscere modelli generativi che siano il seme di un futuro migliore, equilibrato e vitale è l’eredità di Frei Otto e il compito che ci chiama a svolgere.

 

 

Note

[1] Drew P., FREI OTTO form and structure, Londra 1976, p. 6

[2] Saggio, Architettura e modernità dal Bauhaus alla rivoluzione informatica, Urbino 2010, p.252

[3] La lettera è citata nell’articolo “Per una riscossa del fronte moderno : Frei Otto e Justus Dahinden.” In L’architettura : cronache e storia , a. 28, n. 8-9 (agosto-settembre 1982). – p. 542, a cura di Bruno Zevi

[4] OTTO FREI, Occupying and Connecting, thoughts on territories and sphere of influence with particolar reference to human settlement, Graspo (CZ), 2011, p. 60

[5] mentre i primi sono linee rette tese tra coppie di punti, i secondi implicano una serie di poligonali che connettono tutti i punti simultaneamente e la cui lunghezza complessiva risulta inferiore ai percorsi diretti

[6] OTTO FREI, 2011, p. 63

[7] ivi, p. 34

[8] Christopher Alexander, The Envirnmentthe japan architect , Tokio 1970, 7, p. 54, in Drew P., FREI OTTO form and structure, Londra 1976, p. 13

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