CAP III: RUDOFSKY: Architecture without Architects

 

Dal 1929: molti architetti cominciano a sentire il bisogno di realizzare architetture più legate a realtà locali, specifiche ma soprattutto legate alla centralità dell’individuo, e al rapporto con il mondo di cui l’individuo è parte: paesaggio, ambiente esterno, città. In questa riflessione si inserisce Bernard Rudofsky: il punto più entusiasmante del suo lavoro, è che egli porta avanti una riflessione che trasversalmente percorre molteplici campi di interesse arrivando a formulare un interessante interazione tra razionalismo, mito mediterraneo,architettura vernacolare, e antropologia.

Personalità poliedrica, architetto, disegnatore, editore, fotografo e investigatore,  è stato anche uno dei più importanti critici del progresso della contemporaneità.

“Non ci vuole solo un modo di costruire ci vuole un modo di vivere”.

In  “Architecture without Architects” la esperienza del viaggio costituisce  uno strumento fondamentale per la ricerca e la conoscenza, documenta l’economia, l’intelligenza e la sostenibilità delle architetture anonime, che si integrano nel loro territorio e nel loro ambiente e da cui l’abitare contemporaneo deve imparare: gli esempi che ci mostra vengono dalla vita, dalla scene urbane, da scorci di strade, dalle architetture che si innestano nella città, l’architettura della gente e per la gente, le sue riprese fotografiche non sono mai deserte, mostrano i modi in cui le persone usano l’architettura e la vivono.

Rudofsky formulerà con questi elementi  un suo metodo, che lo porterà a introdurre l’uomo nelle sue architetture, metodo che sarà interamente esemplificato nei suoi disegni, e nelle sue piante animate ( che saranno poi prese da Ponti), che più che un documento su cui rileggere dimensioni e tracciati, viene trasformato in un tracciato di passioni e azioni dell’individuo all’interno dello spazio architettonico.

Tra il 1934 e il 1936 costruisce insieme a Luigi Cosenza  Villa Oro, a Posillipo: l’intera costruzione poggia su un costone di tufo che affaccia su insenatura del golfo di Posillipo. La casa è articolata su tre piani nelle piante vediamo gli ambienti che si aprono e si chiudono verso il paesaggio a sud, coperti o scoperti, esterni o interni, i vari che gli ambienti confluiscono l’uno nell’altro formando una serie di masse e volumi che si mettono in rapporto con le masse di roccia del pendio vulcanico.Il rapporto con l’esterno è continuo, caratterizzato da continua permeabilità e fluidità, gli architetti rompono la divisione tra interno ed esterno, e lo fanno attraverso la disposizione delle stanze principali della casa che hanno sempre un espansione nello spazio esterno: giardino, terrazzo, balcone, logge in ombra o al sole, c’è uno spazio per ogni momento della giornata.

Cosenza e Rudofsky realizzano insieme anche un altro progetto “ una Casa ideale per un pescatore per Positano e per altri Lidi” 1936 di dimensione più piccola,qui i due lavorano sull’ existenz minimum in maniera del tutto diversa realizzando una versione naturale:

la cucina è un semplice piano di appoggio, il camino in un angolo raccolto, il blocco chiuso del bagno, il soggirno uno spazio completamente aperto sul mare ed il fico e la magnolia sorgono dal pavimento, evadendo la copertura con i loro rami più alti. Sulla parete di fondo una scala lineare porta al primo piano, dove si riconosce il patio che al piano terra era stato inglobato,e attorno al quale si dispongono, coperti e chiusi, la camera da letto ed il bagno.

 

Il Mediterraneo insegnò a Rudofsky, Rudofsky a me:così Gio Ponti definì la sua collaborazione con Bernard Rudofsky negli anni Quaranta, le loro idee confluiscono nel progetto dell’albergo San Michele a Capri: un albergo spontaneo, fatto di case-stanze separate, sparse in un bosco, ognuna con un patio, ognuna con un nome; e dalle case tanti sentieri-corridoi convergono a un minuscolo paese, cuore dell’albergo, ove risiede il direttore .

Il Mediterraneo di Rudofsky è bianco, quello di Gio Ponti colorato, ogni stanza ha un nome e un carattere: stanza degli angeli, stanza dei cavallini, stanza delle sirene,sono di Ponti.

L’idea della vasca da bagno a conca nel pavimento, fra muri, fresca acquea grotta nella casa, è di Rudofsky, e così l’idea delle scale di muro con le alzate in decorata ceramica. Li legava l’idea dell’architettura senza architetto.

Rudofsky fa un salto, e introduce nuovi spunti ed elementi di riflessione che ci insegnano a riappropriarci del territorio, del paesaggio ma soprattutto di un modo di vivere, che potrebbero soprattutto insegnarci a umanizzare e vivere le nostre città, le periferie, gli spazi e i paesaggi,  sempre  più anonimi, non solo attraverso forme e funzioni e architetture famose ma soprattutto ricreando dei legami, percettivi, visivi, fatti di racconti e immaginazione, di link che ci consentano di dare un nome ai nostri spazi di vita.

 

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