Cap III: Kay FISKER

Sento il vibrare della luce su questi mattoni che hanno una loro tessitura danese. Prima, nel salire per la scalinata e poi, nell’attraversare la soglia, percepisco di entrare in un edificio di una cultura differente. Non solo per la tecnica con cui viene posato il mattone, ma anche per gli accostamenti dei materiali, la scala metrica con con cui vengono misurati e pensati i diversi ambienti. Siamo in Italia, Roma più precisamente, ma l’Accademia di Danimarca di Kay Fisker, architetto danese, riesce a legare con il contesto e allo stesso tempo a trasportare i sensi fuori l’Italia. Sarà per i profumi culinari che ancora aleggiano nell’aria della cucina dove gli artisti danesi hanno appena finito di pranzare. Ma questo edificio riesce a disegnare l’attività quotidiana, anche banale se vogliamo, che i suoi abitanti svolgono al suo interno. È da queste attività che vorrei che vedessimo per un istante questo edificio con occhi da non architetti, anzi per meglio dire, cerchiamo di viverla con i sensi di normali cittadini. Tralasciamo i concetti e gli -ismi a cui si potrebbe associarla o da cui deriva. Vorrei semplicemente narrare ciò che a mio avviso sia il modo più corretto per vivere un’architettura e conoscerla nell’animo, senza pregiudizi. Un atto di rispetto più che di impertinenza. Sarà che sento mia la frase di Keith Haring: “ mi piacerebbe non aver visto, né letto, né ascoltato mai niente… e poi creare qualcosa“.
Percorrere il corridoio d‘ingresso, definito da un soffitto che comprime il percorso. Ma vi è ha una via di fuga per lo sguardo, proprio li davanti a noi, come fosse un quadro di luce. Qui la luce e i mattoni sembrano fare l’amore. Come lo yin e lo yang, complementari, si completano a vicenda. Danno il giusto valore l’uno all’altra. E come il nostro respiro, il diaframma si comprime e si dilata. Proseguiamo e, più avanti, una stretta scala ci accompagna in una biblioteca dove il nostro corpo si sente più leggero, il soffitto si espande verso l’alto e non comprime più, ma definisce uno spazio dove la forza di gravità sembra essere assente.

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Il percorso cosi continua negli altri luoghi dell’Accademia definiti da una successione di aggettivi: stretto, ampio, basso, alto, buio, luminoso … che Fisker è riuscito a calibrare e trovare loro il giusto equilibrio per far percepire la variazione dei vari ambienti. Non ci troviamo in prossimità di un’architettura che ricerca attraverso l’uso di diversi linguaggi la stravagante originalità. Con timidezza lascia scoprire il suo carattere introverso regalando la meraviglia che nasconde nel suo cuore. La corte è il centro, dove tutti gli ambienti rivolgono il loro sguardo. Quasi in modo magnetico, è il vuoto che alimenta il carattere di ogni volume che definisce l’Accademia di Danimarca. Ma ciò che poteva sembrare un hortus conclusus chiuso in se, in realtà apre la vista al di fuori. Forse proprio per rispettare la terra in cui è ospite, diventa essa stessa la cornice da cui ammirare lo scenario romano. Si svela cosi anche un ulteriore carattere dell’Accademia, ha decisamente un impostazione urbana: un vuoto che lega gli elementi della sua comunità e il paesaggio naturale e antropizzato da cui nasce.

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Vorrei accostare due architetti alla figura di Fisker: Alvar Aalto e Louis Kahn. L’architettura come mediazione, per il primo. L’architettura che si occupa di dare giusta risposta all’ istituzione, per quanto riguarda il secondo. In quest’opera, Fisker riesce a far si che l’architettura sia l’elemento di mediazione tra uomo e natura ( contesto ) e allo stesso tempo individua nell’Accademia di Danimarca, una precisa istituzione da cui può attingere una predeterminata forma e della quale il cittadino, non architetto, può ricondurre la natura tipologica di un determinato edificio che caratterizza il suo vivere quotidiano nella città. Credo che la strada intrapresa da Alvar Aalto, la strada intimistica, sia la stessa che percorre Kay Fisker. L’intimismo che soffoca la voce della stravaganza e del diverso dalla propria cultura e esaltando la quotidianità e l’ordinario dando ascolto anche al mondo delle emozioni e degli stati d’animo. Trovo perfettamente odierno tale atteggiamento e ciò si può riscontrare anche nelle parole scritte da Nicola Di Battista in Domus: un’architettura non è, non può e non deve mai essere la ricerca del nuovo per il nuovo, la ricerca del bizzarro; l’architettura è tutto il contrario.

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