CAP. II:OSKAR SCHLEMMER- L’empatia

1

 

In qualità di architetto, disegnatore parametrico e di tutor io sento ad oggi la necessità di chiedermi quale sia il senso di uno stile (non un’estetica) che cerca di estendere il significato di uno strumento e si dichiara Parametricismo[i]. Rifletto sulle parole di Bruno Munari che in un suo libro scriveva che non può esistere l’arte del computer così come non può esistere l’arte del pennello o della matita[ii], nel senso che lo strumento non ha il compito di divenire direttamente uno stile ma piuttosto di veicolare le idee e lo spirito delle persone, non può esistere di conseguenza un ‘Matitismo’. Probabilmente un concetto che vale la pena trasmettere a chi si approccia per la prima volta all’entusiasmante mondo del parametrico e si lancia in sfrenate ottimizzazioni logico-matematiche dei progetti, è che la forma corretta non è direttamente dipendente dalla sua ‘misura’, si potrebbero riportare al parametrico quasi senza alterazione le parole che Le Corbusier spendeva nel redarguire i propri progettisti:

 

Ebbene, tanto peggio per il “Modulor”! Cancellate. […] Se il “Modulor” vi conduce a degli orrori, lasciate perdere il “Modulor”! I vostri occhi sono i vostri giudici, i soli che dovete riconoscere come tali. Giudicate con i vostri occhi, signori. Adesso, volete ammettere con me in perfetta buona fede che il “Modulor” è uno strumento di lavoro, uno strumento preciso; diciamo che è una tastiera, un pianoforte accordato. […] tocca a voi suonare bene ed è questo il vostro compito. Il “Modulor” […] offre […] la facilità che può risultare dall’impiego di misure sicure. Ma sulla scorta illimitata delle combinazioni del “Modulor” siete voi che scegliete.[iii]

 

Spesso io mi trovo a confrontarmi con colleghi che si scagliano contro le forme dell’architettura parametrica e confesso che in taluni casi avrei voluto anche dargli ragione, ma mi presentavano le ragioni sbagliate e non le potevo condividere. Non riesco ad essere d’accordo sul fatto che la macchina renda meccanico l’uomo, non riesco ad essere d’accordo a che il digitale renda distanti o evanescenti le persone, non riesco ad essere d’accordo che il parametrico implichi un vacuo formalismo, né tantomeno che si debba tornare indietro, tutte queste sono sentenze da ‘Matitismo’ appunto. Sono problemi reali forse, autentiche crisi magari, ma in queste dichiarazioni la pecca è che il titolo di imputato viene deviato dalla mano alla pistola. Per rispondere a ciò voglio fare un salto indietro nel tempo a uno dei personaggi che in qualche modo hanno avuto profondità di sguardo e parole di profezia sulla questione. Oskar Schlemmer[iv] nel ’26 scriveva:

 

Non lagniamoci della meccanizzazione, ma gioiamo della matematica! Ma non di quella sudata sui banchi di scuola, bensì di quella matematica metafisica artistica che viene usata necessariamente là dove, come nell’arte il sentimento sta in principio e si concreta nella forma, e dove il subconscio e l’inconscio affiorano alla chiarezza della coscienza. […] Ci sono pericoli solo là dove la matematica uccide il sentimento e soffoca l’inconscio nella sua forma germinale.[v]

2

Klaus Barthelmess, disegno di nudo da una lezione di Schlemmer, 1922

In queste parole possiamo leggere una questione importante e controintuitiva: la matematica (e oggi potremmo estendere al digitale) può essere concepita come mezzo per veicolare lo spirito e i sentimenti materializzandoli in una buona opera, trovando risonanza tra strumento e dimensione psicologica. La sfida sta nel realizzare tale sinergia tra la misura razionale e l’incommensurabile irrazionale. Forse proprio la sensibilità e l’intuizione che impariamo a sviluppare fisicamente è una risposta e per ciò potrei dire con le parole di Merlau-Ponty che:

Il mio corpo è fatto della medesima carne del mondo […] inoltre, di questa carne del mio corpo è partecipe il mondo, esso la riflette, il mondo sopravanza su di essa ed essa sopravanza il mondo […] ciò vuol dire: il mio corpo non è soltanto un percepito fra i percepiti, è misurante di tutti.[vi]

Ma questo ‘misurante’ deve divenire ponte tra due tensioni a volte oppositive proprio perché è incarnazione di quei dualismi di concretezza e astrazione che Schlemmer sosteneva:

L’essere umano è sia un organismo in carne e ossa, sia un meccanismo di numeri e misure. È un essere dotato di sentimento e di ragione e che ha in sé numerosi dualismi del genere e tuttavia riesce a conciliare continuamente questa dualità che porta dentro di sé molto meglio di quanto non riesca a farlo in creazioni figurative astratte, fuori di lui… mi riferisco alle creazioni che nel balletto si sviluppano dalla spazialità, dal sentimento dello spazio.[vii]

La natura di questo sentimento e del rapporto estensivo tra mente-corpo-spazio ci viene confermata anche dagli studi di neuroscienze i quali attraverso i concetti di embodiment[viii] e affordance[ix] ci illustrano come il nostro cervello concepisca l’essenza dello spazio così come afferma Rizzolatti, scopritore dei Neuroni-Specchio:

[…] lo spazio […] non può essere pensato in maniera statica, bensì deve essere concepito in forma dinamica. In altre parole la distinzione tra vicino e lontano non può essere ridotta a una mera questione di centimetri, come se il nostro cervello calcolasse la distanza che separa il nostro corpo dagli oggetti raggiungibili in termini assoluti. [x]

3

 

a sinistra: Mensch und Kunstfigur [uomo e figura artistica] di Schlemmer, 1926; a destra una sessione di motion capture attuale.

Nel teatro del Bauhaus, Schlemmer suggerisce una discriminante tra forma e spazio che struttura in maniera analitica e che può fornire una guida concettuale per la risoluzione della questione:

[…] vestiremo i tre attori con i colori fondamentali rosso, blu e giallo. Assegniamo a ciascuno di questi attori un determinato modo di incedere – l’andatura lenta, il passo normale, l’incedere a saltelli sulle punte – e facciamo loro misurare lo spazio al suono del timpano, del tamburo o di legni percossi: sorge così quel che chiamiamo la ‘Danza spaziale.’ Se diamo loro determinate forme elementari, come sfere, clave, verghe e assicelle e lasciamo che si diano da fare con esse e che si muovano, si produce quella che chiamiamo ‘Danza della forma.’[xi]

Appare evidente quindi che in Schlemmer, mentre lo spazio fosse una questione di ritmo e misura, la forma invece era questione di azione e movimento e questo movimento è in primo luogo espressione di un moto interiore, di un modo di sentire. In questo senso a prescindere dallo strumento che si decide di utilizzare, un’architettura può incarnare una qualità e una profondità di senso e significato laddove riesca ad essere interfaccia tra la sensibilità del progettista e un potenziale sentire del fruitore. Io vedo attraverso le sue parole un immenso potenziale dello strumento parametrico per i nuovi progettisti che sappiano infondere in questo mezzo il proprio sentire, informarlo della propria forma mentis, del proprio valore umano e il proprio mondo emozionale.

 

Note

[i]     Cfr. Schumacher, Parametricism  –  A New Global Style for Architecture and Urban Design, London 2008, in AD Architectural Design – Digital Cities, Vol 79, No 4, July/August 2009

[ii]    «Molti artisti di arti visuali, pittori, disegnatori, ecc., hanno il terrore delle macchine. Non ne vogliono nemmeno sentir parlare. Credono infatti che le macchine , un bel giorno, potranno fare delle opere d’arte e si sentono già disoccupati. Anche un celebre critico qualche tempo fa, a proposito di arte programmata, ha scritto su un grosso quotidiano italiano questo grande interrogativo: avremo l’arte delle macchine? Frase che denota solo l’ignoranza del problema, poiché è come dire avremo l’arte del pennello? O della matita? […] Perché il computer, che fa tanta paura a certi artisti, non è che uno strumento, alla fine. Se non c’è nessuno, nessun uomo, lui, il computer, non si muove. È stupido e insensibile a ciò che può provocare un fatto d’arte.» In Munari, Design e comunicazione visiva, Bari (2006), p. 62

[iii]    Le Corbusier, Il Modulor saggio su una misura armonica a scala umana universalmente applicabile all’architettura e alla meccanica, Mendrisio (Svizzera) 2004, p. 132

[iv]    Oskar Schlemmer, (Stoccarda, 4 settembre 1888 – Baden-Baden, 13 aprile 1943) è stato un pittore e scultore tedesco. Fin dal tempo della sua fondazione, aderì al Bauhaus di Weimar (in seguito fu a Breslavia e a Charlottenburg) dirigendovi la sezione di cultura e teatro. – fonte : Wikipedia

[v]     In Wingler, il Bauhaus Weimar Dessau Berlino 1919-1933, Milano 1987, p. 205, dal periodico “Vivos voco” (Lipsia), vol. V, n. 8-9, agosto-settembre 1926

[vi]    Merleau-Ponty, Il Visibile e l’Invisibile, Milano 2007

[vii]   In Wingler, 1987, p. 206, dal periodico “Vivos voco” (Lipsia), vol. V, n. 8-9, agosto-settembre 1926

[viii]   «In our age of massive industrial production, surreal consumption, euphoric communication and fictious digital environments, we continue to live in our bodies in the same way that we inhabit our houses, because we have sadly forgotten that we do not live in our bodies but are ourselves embodied constitutions» in Pallasmaa, The thinking Hand Existential and Embodied Wisdom in Architecture, UK 2015, p. 13

[ix]    «Come è noto, per Gibson, la percezione visiva di un oggetto comporta l’immediata e automatica selezione delle proprietà intrinseche che ci consentono di interagire con esso. Queste “non sono solo delle proprietà fisiche [o geometriche] astratte”, ma incarnano delle opportunità pratiche che l’oggetto per così dire offre all’organismo che lo percepisce.» in Rizzolatti-Sinigaglia, So quel che fai, Milano 2006, p. 35

[x]     Rizzolatti-Sinigaglia, So quel che fai, Milano 2006, p. 71

[xi]    In Wingler, 1987, p. 596, dalla conferenza “Bϋhne” di Schlemmer, tenuta a Dessau il 16 marzo 1927, edita nella rivista del Bauhaus. 1927. N. 3

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