Cap II:ADALBERTO LIBERA – “Il Rifiuto Dell’astrazione E L’incanto Lirico”

Credo che la figura di Adalberto Libera sia tra le più calzanti nel racconto del passaggio dalla prima fase della modernità agli anni successivi alla crisi del 1929.

Libera infatti, giovanissimo, entra a far parte del Gruppo 7; svolge nella capitale un’opera di diffusione dei principi razionalisti, organizzando la I° Esposizione italiana di architettura razionale (nel 1928, con Gaetano Minnucci), contemporaneamente firmando su «Rassegna italiana» scritti polemici con le posizioni di Marcello Piacentini e, infine, fondando il gruppo razionalista romano, confluito poi nel Miar, di cui è segretario generale. È assolutamente legittimo, dunque, affermare che Libera sia stato tra gli esponenti più convinti e lucidi della corrente razionalista in Italia, nonostante molta critica architettonica abbia, a ragione, rintracciato in lui una spiccata vena individualista sin dagli esordi della sua attività. Tuttavia è l’architetto stesso a voler negare, almeno su un piano teorico, i caratteri personali di un’architettura che, innalzandosi a modello di principi universali, doveva (e poteva) mostrarsi come uniforme e coesa all’interno di una poetica della modernità collettivamente condivisa.

Il progetto per casa Malaparte non è certo l’unico, ma è forse l’opera che più di tutte, racconta della ricerca di Libera verso una declinazione “personalizzata” di una serie di convincimenti comuni (A. Saggio, Architettura e modernità); verso un superamento delle rivoluzionarie conquiste delle avanguardie che da assioma o traguardo della ricerca architettonica, diventano presupposto intellettuale, motore generativo del progetto.

La questione centrale di villa Malaparte è senz’altro l’adattamento alle condizioni orografiche del sito, tanto da poter affermare che, prima di essere casa, è dispositivo di controllo dell’orizzonte (F. Venezia, Che cos’è l’architettura). La funzione diventa dunque del tutto secondaria rispetto all’intenzione di tradurre in termini lirici il rapporto primigenio tra azione antropica e condizioni naturali: il risultato è tutt’altro che mimetico (si pensi ad esempio alla scelta schietta dell’intonaco rosso pompeiano dell’involucro); piuttosto è un’architettura la cui forma ha origine dall’elaborazione del rapporto di necessità che unisce artificio e risorsa.

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La casa infatti è tutta al di sotto, la sella rocciosa costituisce il basamento naturale della casa, che si erge a mezza costa rispetto al rilievo roccioso: ne consegue una successione di eventi percettivi che va dalla presenza esclusiva del mare, alla perfetta coincidenza tra piano di copertura e orizzonte marino, fino al punto di massima depressione della sella, dove emerge in tutta la sua solidità la mole costruita. Ma emerge ancora come rito di percorrenza, invitando all’ascesa lungo la maestosa scalea che conduce lentamente alla conquista dell’orizzonte piatto del Mediterraneo, dal quale ci si era allontanati scendendo progressivamente dalla sommità del pianoro. È emblematica, rispetto a questo racconto, la posizione dell’accesso alla casa, nascosto nella facciata laterale a ponente, qualche gradino più giù rispetto al punto, senza dubbio “di arrivo”, dal quale diparte la scalea. L’interno, dichiara la sua subordinazione al fuori, ribadendo, nella composizione a T, l’impianto longitudinale dell’edificio, che punta, come prolungamento naturale del sito, direttamente alla meta: l’affaccio sul mare, in lontananza punta Campanella, lateralmente lo scoglio Monacone.

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Se le condizioni offerte dal luogo danno vita al carattere peculiare e specifico del progetto, non mancano di certo le allusioni a quella universalità dell’espressione architettonica che Libera ricerca da sempre e che costituisce il nocciolo più profondo della suo essere “moderno”. Ma in casa Malaparte questi principi universali non risiedono in un processo di astrazione formale (spesso a vocazione figurativa) che era alla base della concezione di uno “stile internazionale”: si ricorre piuttosto al tema dell’evocazione, del richiamare alla mente, del celebrare, alcuni principi fondativi dell’architettura: da quello dell’atto insediativo primario, che ha dato origine all’architettura come risposta alla necessità di un riparo (la casa), a quello del rito sacro (il tetto-terrazza ricorda chiaramente gli antichi altari sacrificali erti a dominare il paesaggio).

Se è vero che l’architettura nasce come risposta alla domanda di un luogo dove poter fissare e favorire lo sviluppo di un’attività, precedentemente assoggettata ad una regola collettiva, all’architettura stessa è richiesta la capacità di dichiarare una propria autonomia e sostanzialità, inglobando e superando il suo primario scopo di soddisfacimento di una funzione. In questo superamento sta la ricerca dell’universalità, nell’allontanamento da un tempo, nell’espressione della durata.

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