Cap II: ADALBERTO LIBERA-Forma Libera

Il lavoro dell’architetto Adalberto Libera, ben descritto da Gio Ponti in un articolo del 1942 dal titolo “Stile di Libera”, può ben rappresentare un filone di indagine, basato sulla ricerca di volumi , di una Forma, capace di diventare il centro dell’intero processo creativo, il punto di partenza dell’operare architettonico. Una forma che si fa Architettura.

Una “buona architettura” la definisce Ponti, una sincera edilizia capace di rappresentare e veicolare una diffusa coscienza dei valori dell’architettura italiana.

Negli anni ’30 l’architettura è ormai indissolubilmente legata all’ingegneria, al calcolo, agli impianti, ai prodotti della tecnica, è cioè una disciplina aperta agli apporti di ogni genere e derivazione. Architetti ed artisti declinano molte delle tendenze e delle spinte avanguardiste in una dimensione individuale, legata al territorio e alla tradizione locale.

La produzione di Libera, assieme a quella di tanti suoi colleghi italiani (Gruppo 7, Gruppo della stazione di Firenze, ecc), tenta di conciliare due linguaggi, due maniere differenti di intendere l’architettura.

Da una parte abbiamo il mondo classico, punto di riferimento per il fascismo, interpretato in chiave monumentale nella costante e spasmodica ricerca di uno stile che sia tipicamente italiano. Si impone un modello idealizzato della Roma Imperiale come guida per lo sviluppo della società.

Dall’altra parte ad affascinare gli architetti ci sono i linguaggi del modernismo e dell’architettura internazionale, lo stretto rapporto tra forma e funzione, le possibilità tecniche offerte dai nuovi materiali, la macchina e la standardizzazione come valori positivi in sé stessi.

L’architetto Libera, inserito in un panorama frastagliato, riesce a mantenere uno stile proprio, riconoscibile per quel suo particolare “spirito generativo classico, unitario” sempre espresso in un’idea “formale”.

Nel dopoguerra, per altre ragioni, diverse ma in definitiva più o meno simili, si ricerca sempre uno stile comune a cui affidarsi per la ripresa edilizia, ovviamente in antitesi rispetto al periodo prebellico.

Riemerge quella necessità di elaborare nuove forme, capaci di esprimere lo “spirito nuovo” , teorizzate dal Gruppo 7 già fra la fine del 1926 e il 1927. Si rinnova per Libera quella spinta verso l’idea-forma, in grado di racchiudere in sé infinite soluzioni plastiche ordinandole e organizzandole fino a renderle funzionali.

Un ricerca formale quindi, motivata a produrre tipi, pochi e fondamentali. Si guarda nuovamente all’architettura antica, questa volta quasi come archetipo, capace di raggiungere la perfezione proprio attraverso “forme” riconosciute patrimonio di ciascuna civiltà.

C’è la volontà di giungere ad un linguaggio moderno comune e all’affermazione del proprio stile, di un linguaggio personale e riconoscibile, che si realizzi attraverso la creazione di oggetti unici, composti dall’aggregazione di quegli elementi propri della sua architettura.

Due sfere, la collettiva e l’ individuale, confluiscono in Libera nella volontà di ricercare uno stile capace di unire il patrimonio culturale storico con le innovazioni e le scoperte della modernità.

Si tratta di uno stile in grado di generare forme uniche e ricercate, differenti caso per caso, o meglio di un modo di operare che tutt’ora orienta sperimentazioni e ricerche dell’architettura contemporanea: Steven Holl, e Campo Baeza, solo per citare alcuni nomi.

Un’idea-forma può dare origine a un piano urbano o risolversi in soluzioni progettuali più o meno complesse.

Nella Villa Malaparte a Capri Libera ci mostra, seppur a piccola scala, una ricerca formale sul principio dell’abitare. Parliamo di una casa inserita in un contesto piuttosto singolare, uno sperone roccioso a picco sul mare.

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La forma planimetrica della casa, paragonata alla pala di un remo – cfr. Heyduck, 1980 – o ad una casa-natante incagliata nella roccia – cfr. Venezia, 1973 – o ancora lo studio a poppa, come luogo del timoniere – cfr. Tafuri, 1981 – dimostra la volontà di Libera di ripulire l’architettura da tutte le decorazioni, costringendola ad un arida espressione formale, ad una semplice soprelevazione del suolo, esaltata sottolineandone il carattere morfologico e austero del luogo. Una forma raggiunta come risultato di infinite soluzioni plastiche “in un reciproco gioco di variazioni spaziali per le quali la sensibilità può liberamente determinare il ritmo estetico”.

Un’ idea-forma, dunque, è una forma generatrice di idee diverse: una nave, un timone, una roccia ….,non importa a che cosa sia paragonata l’opera, essa resta impressa nella memoria, viene interpretata a livello personale, è in grado di suscitare emozioni e stimolare collegamenti tra idee ed ideali differenti.

Villa Malaparte ha una struttura semplice, a parallelepipedo, col tetto piano, tipica del costume locale. L’elemento caratterizzante della costruzione è il suo rapporto con il paesaggio: la gradonata che porta alla terrazza si sviluppa in modo armonico e naturale sorgendo dal terreno e dalla rocce per trasformarsi in architettura.

La terrazza è dovunque priva di balaustre, le canne fumarie troncate a filo sul tetto, le finestre scavate nelle murature. Tutto concorre alla ricerca di quella forma, pulita ed essenziale, un volume puro espressione di quello “spirito nuovo”.

All’interno le ampie vetrate del salone centrale si affacciano sul panorama circostante e inquadrano i faraglioni in ogni direzione.

La villa è un esempio di efficace dialogo tra natura e razionalismo, una casa elaborata e rielaborata dallo stesso Libera secondo le indicazioni del committente della villa, Curzio Malaparte. Lo stesso Malaparte definì la villa: “casa come me”, proprio perché bene ne rispecchiava il suo più intimo riflesso e la sua personalità: “una casa come me, dura, strana e schietta”.

Si tratta di un modo di interpretare il tema di progetto capace di plasmare un volume adagiandolo al terreno, come in un atto di rispetto verso ciò che è preesistenza naturale, senza rinunciare ad un carattere deciso, forte, austero: una nuova “roccia” che si fa essa stessa architettura.

La casa è una “mimesi” formale del periodo razionalista, per certi versi estraneo al mondo di quel periodo ma capace di esprimere al meglio le intenzioni del progettista-committente di realizzare un edificio puro,chiaro, dal linguaggio storicizzato del tempio greco e della Scala dell’Annunziata, a cui la scala esterna chiaramente si rifà.

Così l’architetto Francesco Venezia nel 1975: “Casa Malaparte è una soprelevazione del luogo […] in questa totale indifferenza dello spazio superiore nei riguardi della residenza sottostante è la chiave per comprendere la casa. Esternamente essa è arida, ottusa. Rinunzia a funzioni e segni effimeri. Scavalca, connette si erge. Prolungamento artificiale del sito, forma espressiva di un atto insediativo primario”.

L’architettura come atto conclusivo di un operare artistico. Architettura come generatrice di forme compositive unitarie riconducibili a costruzioni geometriche compiute, elementari, semplici.

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Mi sembra che queste parole bene evidenzino il linguaggio evocato e ricercato dall’architetto Libera, un linguaggio utilizzato in opere di diversi architetti contemporanei.

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