CAP II: GERRITT RIETVELD- i componenti semplici che rendono complesso il bello

“Even if the goal of achieving beauty from simplicity is aesthetically less exciting, it may force the mind to acknowledge the simple components that make the complicated beautiful.” – The White Stripes

 (“Anche se l’ obiettivo di raggiungere la bellezza dalla semplicità è esteticamente meno eccitante, può forzare la mente a riconoscere i componenti semplici che rendono il complesso bello”.)

Questione di stile. Questione di astrazione. Questione di rivoluzione.

Piet Mondrian, padre del “The Stijl” , sosteneva che per creare plasticamente la “realtà pura”, vale a dire quella realtà non ingannevole, non illusoria e tantomeno fallace, quel mondo che non cerca di conciliare gli inconciliabili individuale ed universale, fosse necessario ricondurre le forme naturali alle costanti della forma, vale a dire le semplici geometrie cartesiane.

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Egli infatti affermava come fosse necessario riportare i colori naturali ai colori primari, trovando una sua personale verità artistica e spirituale nell’espressione di un sentimento che possiamo definire “astratto”, un sentimento che si definisce nella neutralità di forme che, se pur nella loro disarmante semplicità, altro non sono che la rappresentazione del reale.

Tutto frutto di un rigidissimo schema mentale? Assolutamente no.

Le sue opere sono l’evidente riproduzione dell’orizzontalità del paesaggio dell’Olanda, solcato dai vitali canali, animato dalle strade, regolato dalle dighe. Un paesaggio bidimensionale fatto di abitazioni bianche e nere, striate in negativo, vivacizzate da finestre rosse e blu. Una nuova lettura del territorio. Pura espressione delle sue radici. Una tessitura di trame e griglie che sono schietta concretizzazione del contesto. E’ una dimensione completamente nuova, che rompe ogni schema pregresso, decostruisce. Un dimensione astratta, tutto fuorché una semplice griglia rigida, piuttosto è trasposizione onirica, semplificata nella forma- ma visionariamente ragionata- della realtà.

In questo senso del tutto rinnovato di arte e realtà, Gerrit Rietveld – architetto, designer, artista, artigiano- compie eroicamente il salto, dando vita ad una delle correnti più feconde di inizio secolo: il neoplasticismo.

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Se Mondrian ricercava la “realtà pura”, per Rietveld l’indagine muove verso una “realtà totale”, tradotta in forme architettoniche che concepiscono contesto, paesaggio, spazio esterno ed interno come un unicum.

Rietveld ha un piano. O forse più di uno?!

Come espletare il tridimensionale nel bidimensionale? Come rendere tridimensionale il bidimensionale, senza alterarne l’essenza? L’architettura diventa così un inedito gioco di lastre.

“Voi, che avete la fortuna di avere tanto l’ombra che la luce, voi che avete due occhi dotati della conoscenza prospettica e allietati dal godimento dei vari colori, voi che potete “vederlo” per davvero, un angolo, e contemplare l’intera circonferenza di un Circolo nella beata regione delle Tre Dimensioni… come potrò mai render chiara a voi l’estrema difficoltà che incontriamo noi, in Flatlandia, per riconoscere le nostre rispettive configurazioni?”-Flatlandia, Edwin Abbott Abbott

Se mettessimo un bimbo, un concentrato esplosivo di fantasia ed ingenuità, davanti alle tessere del domino ci farebbe notare come sia possibile utilizzarle non come i nostri schemi mentali impongono, seguendo dunque la regola del gioco, accostando le tessere in maniera piatta e consequenziale, ma inventerebbe sicuramente qualcosa di imprevedibilmente nuovo.

Le tessere possono essere ruotate, sovrapposte, ribaltate, accatastate. Le tessere possono diventare sostegni verticali, tetti piani, scale.

Insomma, una miniaturizzazione di quel che potrebbe essere fatto con delle lastre, con dei setti: con dei piani.

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Rompere gli schemi. Allontanarsi dalla rigidità della scatola. Esplodere nel colore puro. Creare nuovi rimi, accostamenti, compenetrazioni. In Rietveld la fantasia si fa tuonante come quella di un bambino. Ed è con egli che si ha un immenso, fondamentale cambio di paradigma.

Piccoli sfalsamenti geometrici, slittamenti asimmetrici misurati e mai casuali, dialogo formale tra volumi e colori primari, ritmo, misura.

Sonsbeek Pavijlloen, G. Rietveld

Tutto è ortogonale, ma nulla è chiuso. Ogni elemento si proietta sapientemente verso un nuovo elemento. Ogni setto, ogni muro si protrae nello spazio, rappresentando esso stesso un’estensione di quest’ultimo, incuriosendo, ponendoci davanti diversi interrogativi. Cosa succederà dopo? Come sarà introdotto l’elemento successivo? Esistono incastri? Le estensioni utilizzate da Rietveld non sono mai casuali, anzi sono utilizzate solo se funzionali. Gli angoli non sono mai pienamente definiti, ma lasciano spazio all’ingresso della luce, che fende e penetra negli interni, rischiarandoli, mostrandone la piena continuità sintattica con l’esterno, con il paesaggio, che non è più dell’altra parte della scatola, irraggiungibile, ma è parte integrante del costruito.

Il fuori è dentro, il dentro è fuori. L’architettura sbalza nel paesaggio. Il paesaggio non è più il recinto verde della scatola, ma tende la mano. Assorbe ed è assorbito.

La vera innovazione di Rietveld risiede dunque nell’aver smembrato la rigidità degli edifici, concepiti come scatole nelle quali l’interno risultava separato dall’esterno, portando in questo modo l’architettura al gradino successivo.

Egli dimostra, allo stesso tempo, una sensibilità estrema verso il contesto, integrando ma non fondendo architettura e paesaggio, confermando quell’idea di realtà totale, universale, base della sua filosofia e dell’intero The Stijl.

Le sue sono opere sono fatte di componenti semplici rese complesse dalla forza dell’originalità dell’utilizzo, dalla potenza del pensiero, dal coraggio di guardare oltre, con l’entusiasmo che solo una mente permeabile, aperta, moderna avrebbe potuto avere. In Gerrit Rietveld si ritrovano l’ entusiasmo e la saggezza di un bambino.

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