Cap I: MIES VAN DER ROHE-“Veritas Est Adaequatio Rei Et Intellectus”

Con questa espressione di San Tommaso d’Aquino, “la verità è la corrispondenza tra la cosa e l’intelletto”, un giovane Mies Van der Rohe cerca di trovare un risposta ad una domanda molto banale quanto complessa e carica di tensione: cosa è architettura?

Una domanda capace di muovere riflessioni più profonde e intimistiche.

Una domanda inerente la verità.

Una domanda a cui lo stesso Mies seppe, a suo modo, trovare una personale risposta. Una risposta matura e carica di significato, capace di abbracciare totalmente l’uomo, architetto, ma prima di tutto persona desiderosa di scoprire ed esprimere – specialmente in architettura – l’essenza delle cose, della costruzione.

Un modo questo di intendere il mestiere di architetto, che lo portò a fare della chiarezza – verità? -costruttiva uno dei suoi tratti più forti e distintivi.

Così lo stesso Mies a proposito della cappella di Aquisgrana: «Ricordo che ad Aquisgrana, la mia città natale, c’era la cattedrale e la cappella era un edificio ottagonale fatto costruire da Carlo Magno. Nei secoli questa cattedrale è stata trasformata. In età barocca la intonacarono interamente e aggiunsero delle decorazioni. Quand’ero ragazzo tolsero l’intonaco. Poi però non poterono andare avanti perché vennero a mancare i fondi e così si potevano vedere le pietre originali. Guardando la costruzione antica priva di rivestimenti, osservando le belle murature in pietra o in mattoni, una costruzione limpida, fatta da artigiani davvero bravi, sentivo che avrei rinunciato a tutto per un simile edificio».

Un approccio alla questione del fare architettura per certi versi autonoma nei modi e nei termini rispetto alle nascenti teorie di inizio secolo – un’aggrapparsi consapevolmente al mondo della filosofia e della teologia medievale, espressione della sua formazione cattolica – ma accomunata dalla ferma volontà di scoprire – comprendere -, interpretandola, l’essenza di quell’epoca. Ognuno a suo modo.

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L’intenzione dello stesso architetto tedesco infatti fu quella di liberarsi da tutte le sovrastrutture dell’architettura ottocentesca cogliendone l’occasione per una nuova architettura, un’architettura moderna ed espressiva dei valori propri del tempo, come lo erano stati gli edifici antichi dalla cui forza architettonica e simbolica Mies ne rimase sempre impressionato: «Tutti gli stili, i grandi stili, erano passati, ma essi erano ancora lì».

In un’epoca governata dalla forza incontrollata dell’economia, dal progresso scientifico e tecnologico, «Dobbiamo diventare padroni delle forze incontrollate e disporle in un nuovo ordine, ossia un ordine che dia libero spazio al dispiegamento della vita. Sì, però un ordine che si riferisca agli uomini», in un atteggiamento non orientato a ritirarsi dal proprio tempo rimpiangendo epoche passate ma al contrario «per quanto gigantesco possa essere l’apparato economico, per quanto potente la tecnica, tutto ciò è soltanto materiale grezzo se confrontato con la vita. Non abbiamo bisogno di meno tecnica, bensì di più tecnica. Non abbiamo bisogno di meno scienza, ma di una scienza più spirituale; non di minori energie economiche, bensì di energie più mature».

Un atteggiamento – una missione? – quasi umanizzante del Movimento Moderno.

Un porsi in maniera critica e distaccata nei confronti delle ideologie di quel tempo –certe e fermamente convinte di una modernità basata in assoluto sul mito del progresso e della tecnica – che portò lo stesso Mies a contrapporre una visione più umanizzante ed equilibrata.

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Un orientare la tecnica al servizio dell’uomo, e non viceversa.

Una fare architettura che sappia mettere al centro l’uomo, in uno spazio per la vita. Uno spazio – l’architettura – luogo irripetibile dell’esperienza dell’uomo stesso, come affermava anche l’architetto Pasquale Culotta.

Questa forse, una possibile – embrionale – chiave di lettura per rendere attualizzante e feconda la figura di un architetto come Mies van der Rohe che nei suoi gesti – riuscitissimi – di disegnare lo spazio come un continuum tra interno ed esterno – ha saputo “stare”, interpretandola, nella sua di storia.

Anche con una certa razionalità e verità, appunto.

Un passaggio di testimone dal passato che l’architettura contemporanea, oggi, sarà in grado di sostenere e raccogliere?

Dell’attuale crisi e in particolare sullo stato di salute dell’architettura contemporanea prova a darne una possibile interpretazione l’architetto Alvaro Siza: «Il tempo è importantissimo, perché la velocità del nostro mondo e il non rispettare i ritmi vitali dei progetti hanno portato l’architettura non solo ad allontanarsi dalla gente, ma anche a costruire troppo e male. Questo modo di fare ha avuto conseguenze terribili, sia sull’economia sia sulla società. C’è uno stretto rapporto fra questa fretta di costruire e speculare e il costo sociale e qualitativo della vita».

A noi la sfida.

Lo stesso Siza in una conversazione con il suo omologo, l’architetto spagnolo Rafael Moneo, così prova a fornirci una nuova prospettiva, una nuova speranza:

Alvaro Siza: «La crisi. Penso che la crisi sia il fattore di speranza».

Souto de Moura: «La crisi… lo sai che in greco vuol dire “cambiamento».

Alvaro Siza: «Io credo che ci sarà un cambiamento, e il semplice fatto di parlare di cambiamento… mi dà una certa speranza».

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