Cap I: MIES VAN DER ROHE

 

Mies van Der Rohe (Aquisgrana 1886 – Chicago 1969) è universalmente riconosciuto come uno dei grandi maestri del Movimento moderno alla pari di Le Corbusier, Wright, Gropius, Alto…
Uno degli aspetti cruciali della sua produzione è l’estetica dello spazio, un’idea totale, un continuum libero e aperto, che supera la dualità tra ambiente e architettura, tra interno ed esterno, tra edificio e città.
Questo viene ottenuto attraverso tre elementi caratterizzanti: l’uso del vetro, la massimizzazione delle viste attraverso le superfici esterne, la pianta aperta. Un’architettura più legata alla trasparenza che che alla plasticità.
“Quando ero giovane iniziammo a chiedere a noi stessi: “Cosa è architettura?”. Lo chiedemmo a chiunque. Essi dicevano: “Quello che noi costruiamo è architettura”. Ma non eravamo soddisfatti di questa risposta. Finché capimmo che era una domanda inerente la verità: cercammo di scoprire che cosa realmente fosse la verità. Rimanemmo incantati trovando una definizione di verità di Tommaso d’Aquino: “Adaequatio rei et intellectus”. Non l’ho mai dimenticato”.[1]
“Adattamento dell’intelletto alla cosa”, nello specifico all’architettura è senza dubbio una delle chiavi più interessanti per capire quello che sembra un paradosso; la differenza della declinazione spaziale tra le architetture del periodo Europeo e Americano.
La critica sottolinea la differenza tra l’apice dello lo spazio totale raggiunto dal Padiglione Barcellona (1929) e i progetti del periodo Americano che a confronto sembrano “scatole tragicamente mute segnate dalla rinuncia allo spazio”.[2]
Una chiave di lettura diversa può essere legata al paradigma della dimensione.
La concezione dello spazio, gli strumenti attraverso i quali viene declinato, rimangono gli stessi, ma cambiando la scala del problema, cambia il risultato.
Non potrebbe essere altrimenti per un’idea di architettura costruita su ordine e razionalità.
Intendendo il concetto di ordine non come un’imposizione ma come una ricerca, il risultato di un processo di conoscenza della natura delle cose.
L’architettura diventa, quindi, la ricerca della forma più rispondente alla natura delle cose, mentre la forma altro non è che il risultato di un percorso razionale generato da una serie di scelte il cui risultato è l’esatta misura, l’esatta proporzione, il giusto uso dei materiali.
Se si guarda ai progetti per edifici monofamiliari del periodo europeo e americano si può notare una certa uniformità.
Il progetto del padiglione Barcellona è senza dubbio il manifesto europeo di questa concezione spaziale; la copertura piana connette setti tendenti all’infinito che articolano spazi sempre connessi in un continuum indistinto tra interno ed esterno. Essa abbraccia indistintamente il dentro e il fuori.
Gli stessi elementi, anche se declinati in modo diverso in funzione dell’ambiente, sono presenti anche in un progetto per un edificio monofamiliare residenziale Casa Farnsworth (1951-1952) realizzata vicino a Cicago. Si tratta di un parallelepipedo di cristallo dove le grandi porte scorrevoli in vetro permettono al contempo all’edificio di scomparire nella natura e a chi è al suo interno di rimanere sempre in contatto visivo con la stessa. Il patio di ingresso, generato dal prolungamento del piano di pavimento e della copertura riprende il tema di connessione interno-esterno tipico del Padiglione Barcellona.

1      2

Anche l’approccio al tema dell’edificio di grandi dimensioni, il cui concetto per buona parte del ‘900 è coinciso con l’archetipo del grattacielo, ha una sua coerenza e rientra pienamente nell’idea di visione unitaria dell’architettura.
Il progetto per un grattacielo in vetro (1922) rispecchia tutti i canoni della visione dello spazio di Mies solo che non si tratta più di uno spazio che vede un bilanciamento tra dimensione orizzontale e verticale, ma di un volume, per sua tipologia, dominato dalla verticalità.
Il progetto, caratterizzato dall’open plan dei vari piani enfatizza attraverso l’idea della facciata completamente vetrata il sovrapporsi di diverse viste e allo stesso tempo si apre all’ambiente esterno che non è più ambiente naturale ma città, ambiente costruito.
Il Seagram Building (1958) non è altro che l’evoluzione del progetto del ’22, un’evoluzione in realtà più tecnico-costruttiva che di interpretazione dello spazio. L’invenzione della cortain wall, ad esempio, (elemento che caratterizzerà tutti i grattacieli successivi) è la soluzione che permette all’architetto di massimizzare la parte vetrata della facciata e quindi le viste. L’aspetto più interessante dal punto di vista spaziale riguarda lo spazio non costruito (less is more). L’arretramento del volume rispetto alla strada, assieme all’arretramento del perimetro del piano terra rispetto a quelli sovrastanti permettono di ottenere l’effetto di un continuum spaziale, quasi che la paizza penetrasse l’edificio stesso.

 

Bibliografia
Saggio A., Architettura e Modernità. Dal Bauhaus alla Rivoluzione Informatica, Carocci, Roma, 2010
Bradaschia M., La Costruzione dell’Architettura,LetteraVentidue, Palermo, 2014
Neumeyer F., Mies van der Rohe. Le architetture e gli scritti, Skira, Milano 1997
Van der Rohe M., Gli scritti e le parole. Einaudi, Milano 2010
Note
[1] Cit. M. Van der Rohe , Gli scritti e le parole. Einaudi, Milano 2010
[2] Cit. A.Saggio da Architettura e Modernità. Dal Bauhaus alla Rivoluzione Informatica, Carocci, Roma, 2010
Immagini
[Imm. 1-4]da Mies van der Rohe. Le architetture e gli scritti, di Neumeyer F., Skira, Milano 1997

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...