Cap I: Una Questione Di Spazio, In Architettura

L’architettura per sua stessa natura risponde ad un bisogno essenziale dell’uomo, quello di offrire un luogo dove sentirsi accolto, riparato, raccolto rispetto all’ambiente/spazio naturale. L’ambiente naturale reso antropizzato/trasformato in volume costruito può esser definito spazio architettonico. Un volume definito nelle sue parti, identificabile dall’uomo attraverso l’uso di materiali, di colori, di trasparenze e di composizioni di luce.

Lo spazio quindi come grande contenitore dove l’uomo sviluppa/elabora la sua presenza relazionandosi con il contesto più o meno prossimo.

Lo stesso Bruno Zevi, nel libro Saper Vedere l’Architettura, descrive lo spazio in Architettura come l’essenza dell’Architettura stessa in rapporto al suo intimo coinvolgimento che riesce e deve avere nei confronti di chi quello spazio lo abita, lo vive, l’uomo.

L’Architettura che si definisce proprio per la sua capacità di generare e rappresentare uno spazio racchiuso, un vuoto, uno spazio interno dove gli uomini camminano e vivono, dove l’esperienza, fisica e sublime, di ogni uomo immerso in questo ”spazio” diventa strumento per una buona/attraente architettura.

“Tutto ciò che non ha spazio interno non è architettura”, così Zevi sintetizza lo Spazio interno in relazione al tema e all’esperienza dell’Architettura.

Lo spazio, luogo dove l’Architettura prende forma, è stato ed è tutt’ora il terreno comune dove ogni architetto si confronta nella realizzazione di un’opera, di una fabbrica.

Un tema attorno al quale Adolf Loos, all’inizio del XX secolo, sviluppa gran parte della sua produzione teorico-progettuale nell’intento, riuscito per altro magistralmente, di intendere l’Architettura a partire dalla lettura dei modi di vivere e intendere l’abitare del tempo, del banale quotidiano intuendo la stretta relazione tra abitare, costruire (lo spazio) e pensare.

Una relazione propria del tempo storico, della condizione sociale e culturale di un periodo storico condizione in cui la tecnica, intesa come essenza del fare, determina la “regola del gioco” che ogni architetto dovrebbe limitarsi a comprendere e applicare in un progetto di architettura. Una razionalità loosiana come strumento pratico e semplice procedimento di controllo di un progetto.

Quest’attenzione all’esistenza quotidiana risolve naturalmente anche al fine di ogni atto progettuale, quello cioè di saper dare delle risposte ad un bisogno del singolo, di una comunità, di una società. Per Loos infatti, ogni atto progettuale dovrebbe saper rispondere a queste istanze, proprio come un oggetto del quotidiano dovrebbe rispondere alla legge della rispondenza ad uno scopo, ad un principio di utilità.

La sperimentazione che Loos effettua sullo spazio architettonico, nota come principio del Raumplan, e leggibile in tutte le sue opere, mira proprio ad attribuire ad ogni ambiente dello spazio (architettonico) una sua particolare connotazione in ragione della sua funzione, del suo utilizzo, della sua collocazione all’interno di un edificio.

Un tema, quello dello spazio architettonico, indagato e affrontato più tardi dallo stesso Le Corbusier che nella sua produzione teorica e progettuale ha saputo offrire nuove spazialità e possibilità in termini di composizione e giochi creativi grazie alla definizione di importanti concetti e soluzioni architettonico-strutturali.

Il prototipo della Maison Dom-Ino, un sistema progettuale improntato sull’uso di sistemi razionali, secondo il principio del funzionalismo che all’inizio de secolo scorso ha attraversato diversi campi e arti del sapere moderno, orientando in particolare tutto il dibattito architettonico e la produzione teorica dell’epoca.

La pianta libera definita da Le Corbusier, conseguenza del nuovo sistema costruttivo e distributivo dei carichi di tipo puntuale reso possibile dall’utilizzo di pilastri in cemento armato, diventa motivo di sperimentazione e di nuove spazialità anche in architetti a lui contemporanei. Si pensi ad esempio allo stesso Mies van der Rohe, con le abitazioni realizzate per il quartiere Weissenhofseidlung a Stoccarda, il Seagram Building a New York, passando per l’estrema raffinatezza architettonica raggiunta con la Nuova Galleria Nazionale di Berlino nel 1963/68.

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La matrice comune di tutti questi edifici può esser ricercata essenzialmente nell’attitudine a rendere il più possibile chiara e oggettiva la sua architettura, un’architettura basata su ordine e verità, una verità basata sulla conoscenza della tecnica, dei nuovi materiali e metodi pratici propri di un periodo storico capaci di tradursi in una forma coerente alla funzione, di immediata lettura e analisi: un’architettura fatta di ordine, di verità, concretizzata in bellezza funzionale.

L’analisi spaziale, soprattutto rapportata al contesto ambientale e alle nuove possibilità della tecnica e scienza dei materiale è stata oggetto di sperimentazioni da parte di Frank Lyod Wright, specialmente nella celebre “Fallingwater”, dove lo spazio per la residenza si risolve in una compenetrazione di volumi e di spazi aperti che rendono possibile l’integrazione e l’unicità di un’opera rispetto al tipico contesto a cui devono rivolgersi.

Struttura e materiale, un binomio secondo il quale poter leggere la produzione progettuale di molte opere del Razionalismo italiano. Flessibilità e rigore compositivo due strade possibili da esplorare e definire secondo logiche differenti ma impostate secondo processi logici della scienza e della tecnica.

Un’indagine dello spazio architettonico che ha coinvolto e continua a coinvolgere tutt’ora diversi autori del contemporaneo.

Significativa, per l’estrazione culturale e per il contesto nella quale di sviluppa, sicuramente differente da una cultura occidentale, è la concezione teorizzata da Sou Fujimoto con il suo “Futuro Primitivo”.

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L’architetto, indagando sul rapporto tra architettura e comportamento dell’uomo e del suo corpo, prova ad individuare nuove forme e spazi abitativi dove il rapporto fondamentale tra interno ed esterno diventa costante interesse per l’architettura.

Nella casa House NA, per venir incontro alle esigenze di una giovane coppia di Tokio che aveva espresso la necessità di un abitare “nomade”, si riprende lo stile dell’abitare primitivo, a stretto contatto con la natura e che da essa ne trae la forma e lo spazio vitale necessario. Il padiglione delle Serpentine, o Gradini 35cm, sintetizza al meglio questa idea di ambiente libero destinato ad esser usato arbitrariamente dall’uomo, uno spazio dove le pareti, le sedute e la copertura sono generate dallo stesso elemento.

Nella House NA, la casa trasparente, l’intimità viene quasi a disperdersi e dissolversi in un rapporto dinamico e unico tra interno ed esterno, limitato solo in parte dai tendaggi e dalla parete dei servizi.

Un rapporto, quello tra dimensione intimistica e pubblica, attraverso il quale poter, soprattutto in questo periodo storico, osservare, indagare, studiare, progettare un’opera, una fabbrica, la sua essenza in una società contraddistinta da una sempre maggior fluidità e mobilità delle persone dove questa relazione appare sempre più labile e instabile ma forse, al tempo stesso, anche più ricercata e basilare per il vivere contemporaneo.

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