Cap I:MIES VAN DER ROHE-La ricerca

Due sono le questioni della figura e dell’opera di Mies van der Rohe che mi interessano in modo particolare.

La prima riguarda il rapporto stringente e vincolante tra ricerca e processo creativodel progettista: ogni architettura di Mies può essere considerata come l’espressione evidente, la messa in atto di una sperimentazione, da considerarsi come momento specifico all’interno della sua, continuativa, ricerca. Come se l’opera non fosse mai in sé conclusa ma rappresentasse sempre un singolo episodio che, in quanto tale, per poter essere fino in fondo compreso, richiede di essere inserito nell’ambito di un processo. (Atteggiamento che tenderebbe, per altro, a mettere in qualche modo in crisi l’idea che un’opera costruita rappresenti necessariamente lo stadio definitivo del progetto da cui ha origine).

La complessità della figura di Mies van der Rohe va dunque ripercorsa attraversando tutti i suoi progetti, concatenandoli sempre l’uno all’altro, affiancandoli e cercando le relazioni che tra di essi intercorrono, come se l’uno fosse sempre, in modo più o meno evidente, scaturito dai precedenti.

In quest’ottica, per accennare solo ad un esempio, il padiglione della Germania all’Esposizione Internazionale di Barcellona si pone come passaggio intermedio nella ricerca architettonica di Mies: qui ordine geometrico della struttura e spazio continuo, rispetto ad essa concepito come indipendente (i pilastri portano la copertura e la definizione spaziale è affidata a diaframmi sottili privi di connotazione tettonica), sono termini ancora in conflitto, ma esplorati simultaneamente; a fronte delle opere e progetti della prima metà degli anni Venti che sembrano scindere i due orientamenti: da una parte si afferma la priorità della struttura a scheletro (progetto per l’edificio per uffici); dall’altra, invece, quella della concezione di uno spazio liberamente articolato, che travolge ogni geometria strutturale (progetto delle case in calcestruzzo armato e in mattoni).

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Fa da contraltare alla fase giovanile, il periodo americano dell’opera miesiana, in cui prevale invece il primato assoluto della struttura; lo spazio non è più il risultato di una frammentazione o di un superamento dell’involucro murario, ma è il risultato esatto di una struttura chiara ed essenziale: il vuoto. C’è da aggiungere, a tal proposito, che, al definitivo abbandono del tema dell’articolazione spaziale libera (e dello “spazio totale”), avviata da Wright e in parte da De Stijl, concorre probabilmente una ragione di ordine funzionale e insieme tipologica. Con la costruzione degli edifici dell’Illinois Institute of Technology, infatti, Mies affronta il tema dell’edificio pubblico, che lo costringe a ripensare l’involucro in termini di visibile e netta frontiera fra interno ed esterno.

All’interno di questo orizzonte, l’opera di Mies rivela i termini di una “missione”, che non può mai dichiararsi definitivamente compiuta; piuttosto può procedere come sommatoria di risultati parziali raggiunti, rispetto ai quali il prossimo passo aggiungerà correzioni e occasioni per indagare su temi contenuti solo allo stato embrionale nei suoi precedenti. In questi termini può anche risultare più chiara la ragione del tono assertivo, a volte per sino assiomatico, di ogni opera miesiana.

La seconda questione riguarda, per l’appunto, l’oggetto della missione, o per lo meno uno dei temi che può senz’altro ritenersi tra i più cari all’autore. Parlo dell’intenzione di Mies van Rohe di affermare il carattere di oggettività dell’architettura, la dimensione sovrapersonale nella ricerca dei suoi principi universali. Ricerca che può e deve avvicinare l’architettura di “oggi” all’architettura dei tempi passati, senza che le due possano invece trovare alcun punto di contatto sul piano del linguaggio e della figurazione.

Sono questioni di natura generale a stare al centro del nostro interesse. L’individuale perde sempre più significato; il suo destino non ci interessa più. Le produzioni decisive, in ogni ambito, possiedono un carattere oggettivo e i loro autori originari sono sconosciuti. Qui appare chiara la tendenza del nostro tempo verso l’anonimato.

Ed è la tecnica ad assolvere per Mies la funzione di filtro degli aspetti soggettivi, ad innalzarsi a strumento per il raggiungimento del carattere di forma necessaria ed essenziale (dunque universale) dell’architettura. Oltre ad essere, la tecnica stessa, lo strumento rivelatore dell’appartenenza ad un’epoca.

Dunque, se la prima questione affrontata proporrebbe un’analisi diacronica dell’opera di Mies, la seconda sembra contenere gli aspetti in grado di offrirne una visione unitaria e costante.

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