Cap I: NORMAN FOSTER- Il “Less Is More” Sostenibile

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Se “La modernità è lo sforzo di tentare rispondere alle crisi del mondo con una estetica nuova affrontando consapevolmente la profondità e complessità delle crisi che ci sono davanti.” [1] allora è certo che la sostenibilità è diventato un aspetto centrale che pervade tutti i temi della contemporaneità.

In quest’ottica la sostenibilità è modernità.
Lo Sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.
Il rapporto Brundtland, redatto della commissione mondiale sull’ambiente e sullo sviluppo nel 1987, introduce per la prima volta la definizione di Sviluppo Sostenibile.
Si afferma un principio etico: la responsabilità da parte delle generazioni d’oggi verso quelle future toccando diversi aspetti dell’ecosostenibilità. In primo luogo il mantenimento delle risorse e l’equilibrio ambientale del nostro pianeta.
Si tratta di un tema complesso che coinvolge diversi ambiti: ambiente naturale, ambiente sociale, ambiente economico e che, proprio per questo, abbraccia tutte le scale dell’architettura e del progetto dal packaging alla megalopoli; esso rappresenta indubbiamente l’elemento connotante del XXI secolo.
Una tematica di valenza universale si declina attraverso specificità culturali e specificità ambientali.
Come accade per qualsiasi principio etico, la sua universalità si articola in modo differente nelle differenti specificità culturali. In quest’ottica è chiaro che pur tendendo allo stesso fine l’approccio occidentale sarà differente, ad esempio, da quello orientale.
Il rapporto uomo-natura come l’evoluzione del concetto di paesaggio è, ad esempio, profondamente differente nella cultura occidentale e in quella orientale.
Mentre Casper David Friedrich nel 1818 col suo quadro ”Viandante sul mare di nebbia” esprimeva il dominio dell’uomo sulla natura, nei medesimi anni la cultura giapponese maturava l’idea di totale armonia tra uomo e natura.
Nel contesto culturale occidentale il tentativo del superamento del dualismo tra natura e cultura coincide con il passaggio dalla sintesi bellezze naturali – paesaggio, dominante , con declinazioni diverse, tra il ‘300 e la fine dell’ ‘800, in favore di una visione del paesaggio come componente etico – culturale riferita alla forma del territorio, a sancire l’accettazione della componente umana.
Il concetto di “paesaggio culturale”, coniato da Otto Schluter a inizio ‘900, per definire le trasformazioni apportate dall’uomo al “paesaggio originario” ha permesso lo sviluppo dell’idea di paesaggio come prodotto sociale e bene dinamico.
Idea definitivamente sintetizzata dalla Convenzione Europea del Paesaggio (ottobre 2000) che identifica il paesaggio come elemento atto a disegnare una determinata parte di territorio, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interazioni.
Accanto alle ”specificità culturali” il concetto di sostenibilità ambientale coinvolge ”specificità ambientali” proprie do ogni singolo contesto fisico: clima, conformazione del territorio, andamento dei venti dominanti, disponibilità di materie prime… .
Questo conduce al fatto che, anche approcci simili in culture estremamente affini, possano portare a risultati formali differenti. Una sorta di globalizzazione per differenza e non per uniformazione.
L’aspetto fondamentale è che ancora prima che per le scelte di materiali e di tecniche il progetto architettonico può e riesce a risolvere questioni legate alla sostenibilità per ”forma”.
Uno degli approcci più interessanti è sicuramente quello di Norman Foster soprattutto per la sua capacità di lavorare su progetti di scala estremamente diversi con un approccio omogeneo.
Riprende il famoso motto di Mies “Less is More” rileggendolo in chiave green egli infatti sostiene che “Il fondo, per esempio, è fare di più con meno” [2] e spingendosi oltre definisce la green architecture , “una questione di sopravvivenza del pianeta e al tempo stesso una necessità estetica” [3].
Molto interessante il progetto ultimato nel 2013 a saint Moriz (Svizzera denominato) Chesa Futura. Si tratta di un mini-manifesto per la bioarchitettura e dimostra come nuovi edifici possano essere inseriti, senza aprire ferite, in un contesto paesaggistico naturale e come, addirittura, le tecnologie costruttive contemporanee possano tutelare ed enfatizzare la qualità del paesaggio.
La scelta del legno, principale materiale costruttivo di Chesa Futura, può essere la chiave di lettura del progetto. Sostenibile non solo per il valore assoluto del legno, ma perché è stato scelto il larice, essenza locale che ha permesso, contemporaneamente, di risparmiare energia per il trasporto e di integrare il progetto nel paesaggio montano. Le scandole di legno che rivestono la struttura, infatti, cambieranno colore nel tempo, fino a confondersi con le tonalità degli alberi circostanti. Al di la della scelta dei materiali costruttivi, l’organizzazione delle facciate e la distribuzione degli ambienti seguono i principi del risparmio energetico. La facciata verso nord, infatti, è integralmente chiusa per evitare perdite di calore, mentre il versante sud ospita finestre e balconi che, oltre a consentire un corretto passaggio termoigrometrico, regalano una vista panoramica sulla vallata. L’edificio, inoltre, poggia su una serie di pilotis, per evitare il degrado del legno che, in assenza di sospensione, sarebbe in continuo contatto con la neve, e per agevolare la fruizione del panorama.

Bibliografia
Saggio A., Architettura e Modernità. Dal Bauhaus alla Rivoluzione Informatica, Carocci, Roma, 2010
Bradaschia M., La Costruzione dell’Architettura, LetteraVentidue, Palermo, 2014
Lopez Amado N., Carcas C. Quanto pesa il suo edificio mr Foster, Feltrinelli Real Cinema e Biografilm Collection, Milano 2013

Note
[1] Cit. A. Saggio da Architettura e Modernità. Dal Bauhaus alla Rivoluzione Informatica, Carocci, Roma, 2010
[2] Cit. F. Norman da Quanto pesa il suo edificio mr Foster, di Lopez Amado N., Carcas C., Feltrinelli Real Cinema e Biografilm Collection, Milano 2013
[3] Cit. F. Norman da Quanto pesa il suo edificio mr Foster, di Lopez Amado N., Carcas C., Feltrinelli Real Cinema e Biografilm Collection, Milano 2013

Immagini
[Imm. 1] http://www.fosterandpartners.com/

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