CAP I: Bauhaus: un microcosmo di valori fondamentali, un paradigma considerabile attuale?

“Ogni cosa a suo tempo ha il suo tempo” (da Una sola moltitudine – F. Pessoa)

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“ Impegniamo insieme la nostra volontà, la nostra inventiva, la nostra creatività nella nuova attività edilizia del futuro, la quale sarà tutto in una nuova forma: architettura e scultura e pittura, e da milioni di mani di artigiani si innalzerà verso il cielo come simbolo cristallino di una nuova fede che sta sorgendo”.

Con il Programma di Weimar del 1919 prende vita quello che, a tutti gli effetti, possiamo definire il paradigma dell’architettura di Walter Gropius e del Bauhaus.

Il manifesto del Bauhaus nacque in un momento in cui, a seguito della grande guerra, divenne evidente la frattura insanabile con l’epoca passata e l’architettura, come sottolineato dallo stesso Gropius, avrebbe dovuto essere configurata come “Non il frutto del capriccio personale di un pugno di architetti avidi di innovazione a tutti i costi ma semplicemente il prodotto logico ed ineluttabile delle condizioni intellettuali, sociali e tecniche della nostra epoca”.

Un modo di vedere le cose inequivocabilmente attuale.

Il fortissimo senso del contesto, la chiara ed ineluttabile ricerca di una architettura volta e rivolta alla socialità, la necessità di rendere quest’ultima accessibile a tutti è chiaramente figlia di un’epoca durante la quale l’esigenza di un nuovo modo di vivere e di nuovi spazi per vivere divenne pressante.

Sono gli anni passati alla storia come i “ruggenti venti-the roaring twenties”: l’atmosfera è governata dall’utopia positivista, le avanguardie esplodono in un rinnovato senso di arte, sono gli anni in cui ingranaggi, macchine, produzione seriale si manifestano in una futuristica era industriale pregna di speranze.

Il prorompente sviluppo delle nuove tecnologie e la scoperta della comunicazione di massa ebbe effetti rilevanti nella ricerca architettonica, stimolando un’indagine rivolta verso nuovi modi di costruire, nuove fantasie concrete figlie dell’evoluzione tecnologica, che vide l’affermarsi di nuovi materiali di costruzione, di un nuovo senso estetico legato al meno e non al più, una summa di elementi che trovano un proprio sunto in una architettura economica, funzionale, razionale ma non, come spesso la critica indica, legata al solo valore pratico.

Se analizzato a fondo infatti il pensiero di Gropius sottolinea come la meccanicizzazione, chiave del suo modo di concepire l’ architettura, talvolta definita scarna ed algida, abbia come fine invece “l’eliminazione della fatica fisica a cui l’individuo deve soggiornare per la propria sussistenza materiale, liberando così mani e cervello per attività più elevate” avendo dunque come obiettivo una crescita culturale e spirituale dell’essere umano.

E se in Gropius e nel Bauhaus è tangibile il sistema di ingranaggi figlio dell’industrializzazione che doveva essere alla base della meccanizzazione, della produzione in serie degli elementi costruttivi per la nuova architettura, quel che talvolta sfugge alla critica è dunque il fondamentale attaccamento all’umano, al senso del “nobile costruire” come servizio per l’uomo, all’antropocentrismo assoluto che regola le sue architetture.

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Una parte del progettare per questo Architetto doveva dunque venire dal proprio animo, in modo tale da far convivere funzionalismo, utilità e razionalizzazione con la bella forma dell’opera e con la vivibilità di quest’ultima.

Una organizzazione precisa, uno schema che non lasciasse nulla al caso, ordine dunque quieto, dove l’emozione e la forma, se pur ottenute dall’”omogeneizzazione delle componenti architettoniche” , dalla coordinazione spietatamente logica degli elementi architettonici , è più che tenuta presente.

In questo è pienamente affermata e sottolineata la concezione e realizzazione del Bauhaus che vedeva come chiave di volta (o forse di svolta) la riconciliazione tra arte e mondo del lavoro, in un equilibrio tra le discipline che non screditasse gli artigiani ma piuttosto fosse in grado di fornire “una nuova corporazione degli artigiani, senza però quell’arroganza di classe che vorrebbe erigere un muro di alterigia tra artigiani e artisti”.

Questo nuovo rapporto tra uomo ed architettura trova una propria declinazione nella ricerca di forme semplici e chiare, integrate con la natura, nelle quali la struttura non è nascosta ma piuttosto è manifesta in un desiderio di leggibilità e verità che dichiarasse in pieno la struttura interna nell’esterno, nella ricerca di una unità totale dell’edificio, di una unità totale dello stato di arte, di una unità totale della dimensione progettuale.

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E’ dunque evidenziabile come, se pur a distanza di quasi un secolo, i principi del manifesto Bauhaus possano risultare come un monito verso quel ramo dell’architettura contemporanea che pone in primo piano la forma, seguita dal contenuto, forma sempre più slegata dal contesto, sempre meno legata all’idea di architettura come servizio, forma che sempre più autocelebra il progettista e sempre meno tiene conto delle reali esigenze della società. “Ogni cosa, a suo tempo, ha il suo tempo” diceva il grande Fernando Pessoa. Vero.

 

Ma fino a che punto Il Bauhaus ha avuto il suo tempo? I principi della scuola di Dessau sono poi così sorpassati e sorpassabili? Il sistema di riferimento cambia, si evolve, muta. Le coordinate sulle quali muove l’architettura contemporanea sono mobili, libere, talvolta contorte. Ma se riflettiamo sulle esigenze del presente, del nostro tempo, il Bauhaus, nei suoi enunciati teorici e nei suoi risvolti pratici è poi così lontano dalle attuali esigenze della collettività? Se pensiamo ai principi dell’existenzminimum sono poi così distanti dalle attuali ricerche architettoniche?
Tornare al passato per capire il presente, ed in questo senso riscoprire il passato sotto una nuova luce e sfruttarlo come bussola per navigare concretamente verso nuove risposte concrete alle umane esigenze dell’abitare, mettendolo naturalmente a sistema con la naturale evoluzione tecnologica, può sicuramente rappresentare un nuovo inizio.

 

 

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